Ricordi di una quarantena

Ricordo il 21 Febbraio quando appena rientrato da un breve viaggio all’estero salutai la mia famiglia con un sincero e sicuro “ci vediamo tra qualche settimana” e dal mio piccolo paese nella provincia di Bergamo mi diressi a Teramo per l’inizio delle lezioni universitarie.

Erano i giorni in cui si scoprivano i primi casi a Codogno, quando ancora si pensava che la situazione fosse sotto controllo.

Giorni in cui ci si scherzava su, gli stessi dei messaggi rassicuranti e dei “ma che vuoi che sia” oppure dei “è solo un raffreddore” tante forse troppe parole inutili che ora riecheggiano nel vuoto producendo un’eco assordante.

Ancora non si poteva sapere che la pandemia di li a poche settimane avrebbe travolto il nostro paese e in particolare la mia regione e la mia città come uno tsunami senza precedenti.

Ricordo vivamente la chiamata di mio padre la sera del 7 Marzo che mi avvisava che la regione Lombardia e altre provincie italiane sarebbero state chiuse per qualche settimana, ricordo la sensazione di smarrimento e impotenza provata, la distanza di 600km che si spalancava come una voragine, l’amara consapevolezza di essere completamente solo, lontano dagli affetti più importanti e dal calore della propria casa in un momento così difficile. 

Ricordo ancora quando vennero chiuse scuole e università, poi palestre, aziende, negozi, bar e ristoranti.

Ricordo i silenzi frastornanti del lockdown e il mio sguardo distratto e nostalgico fuori dalla finestra della cucina alla ricerca di un orizzonte troppo lontano per essere visto.

Ricordo le lezioni online, il sorriso dei professori e le preziose chiamate con amici e compagni di ateneo che non finirò mai di ringraziare e che sono state fondamentali per superare quel periodo così insolito e inaspettato.

Ricordo immagini di metropoli deserte avvolte da un silenzio spettrale interrotto solo dalla lontana sirena di qualche ambulanza che percorreva frettolosamente strade vuote. 

Ricordo la paura ogni volta che il telefono squillava, i miei occhi chiusi che speravano di non ricevere ancora brutte notizie da casa.

La mia città Bergamo flagellata e sofferente, le immagini dei camion dell’esercito che portano lontano centinaia di bare, non c’è più spazio negli ospedali, così come nei cimiteri.

Ricordo le giornate si e le giornate no, pomeriggi in cui cerco di ingannare il tempo inventandomi mille attività per tenermi occupato e quelli in cui invece mi ritrovo disteso sul letto a guardare il soffitto domandandomi quando tutto questo sarebbe giunto al termine.  

Ricordo i bollettini dei contagi con cifre che crescevano ogni giorno, le dirette puntuali del presidente del consiglio e l’incertezza di quei momenti che avvolgeva tutto, ogni abitudine e ogni certezza.

Ricordo i miei progetti, i piani di vita e di studio caduti come castelli di carte e spazzati via da una raffica minacciosa, la mia ingenuità nel dare troppe cose per scontato. 

Ricordo il vento tiepido della primavera, gli alberi che lentamente si vestono di un verde acceso, le giornate sempre più lunghe e il canto degli uccelli, ma anche la tristezza e la solitudine di non aver potuto vivere a pieno tutta questa bellezza che circondava il mio appartamento da studente fuori sede, dovendomi accontentare di ammirarla dalla finestra come un prigioniero. 

Ricordo tutti i martedì alle ore 14 quando mi permettevo di uscire qualche decina di minuti per andare a fare la spesa, gli scaffali semivuoti, lo sguardo spento delle persone e il clima teso tra le corsie del supermercato, la distanza imposta e interiorizzata in ognuno di noi come se si avesse paura dell’altro.

Ma soprattutto ricordo le notti insonni a fissare il soffitto aspettando invano di riuscire ad addormentarmi mentre la testa non faceva altro che vagare distante dalla mia camera da letto.

Ricordo l’inizio della fase due quando venne permesso di rientrare nella propria residenza, ricordo l’indecisione sul ritornare o meno, i miei occhi stanchi fissi sulla valigia vuota e aperta sopra il letto.

Ricordo l’autostrada come non l’avevo mai vista prima e come forse non la vedrò mai più, vuota e abbandonata, le luci blu dei posti di blocco fuori dai caselli e i visi pallidi coperti da mascherine azzurre nel parcheggio desolato di qualche Autogrill.

Ricordo vivamente gli occhi di mia madre e di mio padre, la paura di riabbracciarsi dopo 3 mesi di distacco, camera mia in cui tutto era rimasto dove lo avevo lasciato come se il tempo si fosse fermato. 

Ricordo ora e ricorderò per sempre questa quarantena, questa pandemia e questo dolore, ricordo tante cose forse troppe per essere racchiuse in queste righe di diario. 

Ricordo la speranza di giorni migliori, l’incertezza, la paura ma anche la voglia di ricominciare.

Ricordo un Virus che in poco tempo invade il nostro pianeta, senza preavviso e senza chiedere il permesso, parla lingue diverse e viaggia da un continente a un altro, spostandosi di paese in paese e varcando confini senza passaporti o visti particolari, colpendo chiunque gli stia davanti senza fare nessuna distinzione. 

Una pandemia che ci ricorda inesorabilmente che siamo tutti uguali anche se ci sentiamo così diversi e che siamo vulnerabili anche se ci illudiamo di essere invincibili.  

Ricordavo, ricordo e ricorderò.

Ricordavo, ricordo e ricorderò.   

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