Quando basta un’ombra

43787773_325710428232228_262489142498164736_nAlberto Angela fa bene alla storia o la storia fa bene ad Alberto Angela? Se osserviamo i numeri non possiamo non affermare che la storia fa sicuramente bene al paleontologo, divulgatore scientifico, scrittore nonché giornalista italiano figlio d’arte, classe 1962.

La puntata del 13 ottobre di Ulisse, programma di divulgazione dedicato alla storia, all’arte e alla cultura di cui è conduttore, in onda su Rai1, ha registrato uno share del 18.6% con 3.6 milioni di telespettatori [i] audience superiore a quella dei programmi di puro intrattenimento nella medesima fascia. Continua a leggere

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Se la Storia diventa sfondo delle storie social  

«They just don’t know what to do with it […] It’s ancient history to them. So they listen and clap, and then they update their Facebook statutes and they forget all about it». E’ quanto afferma il personaggio del docente di storia contemporanea interpretato da Richard Jenkins nel film del 2012 The Company you keep, diretto da Robert Redford. Continua a leggere

Il selfie: uno specchio tra passato e presente

Siamo nel 2018 e ci stiamo avvicinando al centenario della fine di quella carneficina durata quattro anni (tre, per l’Italia), che rientra sotto il nome di Prima Guerra Mondiale.

Per tornare indietro nel tempo, nel caso in cui si volesse sapere come viveva la popolazione in tempo di guerra o quali fossero effettivamente le condizioni di vita di un soldato al fronte, non c’è bisogno di ricorrere alla fantascienza e inventare una macchina: è sufficiente assistere ad una rievocazione storica. Continua a leggere

Selfie e promozione culturale. L’esempio di Sarzana

In una realtà sempre più influenzata e monopolizzata dal virtuale, vediamo crescere  la voglia di essere immersi in questo mondo “social”e ciò ci spinge a condividere storie, le nostre storie. Facebook, Twitter, Instagram, incoraggiano questa condivisione di storie rivolte ad un pubblico che comprende amici, parenti e persino sconosciuti. Un fenomeno molto particolare nato negli anni 2000, alimentato fino al giorno d’oggi proprio grazie ai social media, è il Selfie. Solo su Instagram vi sono ben 363 milioni di fotografie pubblicate utilizzando l’hashtag #selfie. Il fenomeno interessante su cui vorrei soffermarmi in questo articolo è quello del selfie scattato davanti ad un monumento storico o davanti a luoghi di rilevanza culturale. La caratteristica di questa tipologia di foto é spesso la stessa: sfondo leggermente sfuocato, coperto da facce sorridenti in primo piano, descrizione accattivante seguita da una catena di hashtag utilizzata per far guadagnare visibilità al post. Il monumento in questa maniera, trovandosi dietro al soggetto, passa in secondo piano diventando così un mero paesaggio, uno sfondo sfamoso. Molti musei e associazioni culturali hanno sfruttato la notorietà del selfie in modo, a mio avviso, molto arguto. La proposta fatta nel 2015 dalla cittá di Sarzana, situata nella provincia di la Spezia in Liguria, ne è un esempio perfetto. Il comune ha portato avanti un progetto molto interessante che ha messo al centro dell’attenzione la promozione turistico/culturale della cittá, sfruttando proprio il selfie.
L’idea è quella di rendere note le bellezze culturali della città creando delle “selfie area”ed invitando turisti e cittadini a scattare e condividere i propri selfie sulle pagine ufficiali del progetto. L’account Instagram chiamato “Sarzanaselfiearea” ha reso facile la condivisione delle foto scattate. Per invogliare ancora di più i turisti a scattarsi delle foto in queste zone della cittá è stato persino indetto un concorso del selfie più bello. L’iniziativa vuole in un certo senso nobilitare il selfie come mezzo di divulgazione culturale, per rendere note le bellezze di cittá ricche di storia che però molto spesso rimangono meta di pochi affezionati. Il problema che si cela a mio avviso dietro questa inziativa lo si può individuare nella stessa natura del selfie. La percezione che mi danno molte delle foto pubblicate è che queste persone abbiano condiviso il proprio selfie solamente per avere una chances di vedere il proprio scatto pubblicato sulla pagina ufficiale dell’evento. Come scrive Gustavo Pietropolli, professore specializzato in psichiatria nel suo libro L’insostenibile bisogno di ammirazione “il selfie non è la fotografia convenzionale del turista, ma fa parte della narrazione in corso, gli amici sanno che il protagonista è in viaggio [..] e aspettano di assistere alle smorfie che produrrà per sottolineare il giubilio e il piccolo trionfo personale nel trovarsi proprio lì”.

Prendendo come esempio un selfie pubblicato sulla pagina ufficiale del progetto capiamo che l’interesse della persona non sembra essere la promozione del patrimonio storico del posto, ma il poter dire “io ero lì quando hanno ideato questa iniziativa e ve lo mostro con questa foto”. Il fatto che non si veda quasi nulla della fortezza di Sarzanello (fortificazione militare costruita prima del X secolo che sorge in via alla Fortezza sulla collina di Sarzanello) rende evidente come il focus della foto non sia la fortezza, ma la felice coppia in vacanza. Per concludere, fare capire l’importanza del patrimonio storico culturale del proprio paese, utilizzando i nuovi canali comunicativi, è sicuramente una mossa vincente. Il selfie, utilizzato come pubblicità gratuita può veicolare flussi di turisti ed incrementare i guadagni dell’economia locale, ma perde l’obiettivo di far avvicinare i giovani alla storia e al patrimonio culturale, in favore della creazione di narrazioni individuali separate dal contesto.

                                                                                                                                     Martina Penazzi

Fonti [ultima visita dei siti web: 16/10/18]

http://www.comunesarzana.gov.it
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Selfie
https://it.m.wikipedia.org/wiki/Fortezza_di_Sarzanello
G. Pietropollo, L’insostenibile bisogno di ammirazione, Tempi nuovi, 2018

L’opera d’arte sono io

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Fotografare è fissare un monumento, un particolare; è creare una forma indelebile, fruibile per noi e per gli altri. Si può fotografare un monumento, un’opera, quindi cristallizzare l’energia, l’idea, la fatica, il genio e a volte la mediocrità degli autori. I signori colti di quel movimento chiamato Gestalt, corrente psicologica sviluppatasi in Germania agli inizi del XX secolo incentrata sui temi della percezione e dell’esperienza, affermavano che ciò che si vuol “fissare” viene ineluttabilmente condizionato dallo sfondo. Ossia: un conto è fotografare la Mole Antonelliana a Torino, la Torre Pendente a Pisa o la Torre Ghirlandina a Modena con lo sfondo di un cielo sereno e terso, un altro conto è farlo con lo sfondo di un cielo plumbeo che minaccia tempesta. Questi monumenti rimangono se stessi ma la percezione di chi osserva entrambe le foto, sicuramente, è diversa. Ora farsi un selfie davanti al Colosseo o davanti ad una cascata, è sì fare una foto ad un monumento o ad una bellezza naturale, ma in primis, a se stessi.

Quindi chi diventa lo sfondo? Il monumento, l’opera d’arte oppure l’individuo che fa la foto con alle spalle il soggetto prescelto? Fare selfie alle opere d’arte è, probabilmente, un’espressione narcisistica, egoriferita, autoreferenziale per cercare, nella maggior parte dei casi, l’approvazione del prossimo. In realtà la passione per il sè è ciò che amministra il selfie, ma non solo, da un punto di vista psicologico subentrano, per certi individui, l’espressioni legate al desiderio di grandezza o di popolarità.

Navigando in rete è possibile trovare moltissimi selfie fatti all’interno dei musei davanti a tesori naturali; possiamo fare l’esempio di un selfie molto particolare fatto ad Aarhus nella penisola dello Jutland in Danimarca dove vi è un importante museo d’arte moderna (ARoS Aarhus Kunstmuseum). L’opera più “selfiezzata” è un quadro mediocre e banale che ritrae una natura morta dipinta da Adolf Hitler. Perché? Per la necessità cinica di platealizzare la nostra immagine, pur accostandola ad un  modello negativo.

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Allo stesso modo l’individuo che si fa un seflie davanti al campo di concentramento di Auschwitz sorridente e con abiti discinti sta “urlando”, innanzitutto, la propria immagine al mondo intero. Poco importa quale sia il contesto storico ospitato nel selfie.
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Il vero bacio. Una reinterpretazione della storia

Viviamo in un’epoca in cui la diffusione delle immagini sta progressivamente superando la scrittura, la musica ed ogni altra forma d’arte. Ogni giorno ci scorrono davanti agli occhi innumerevoli foto. Ognuno di noi può facilmente catturare istanti e momenti di vita dando a sua volta una reinterpretazione della realtà. Come si può dedurre anche le fotografie non sono una fedele riproduzione della realtà: nel momento stesso in cui decidiamo di scattare una foto con una determinata angolatura, includendo o escludendo nel campo fotografico determinati soggetti o oggetti stiamo mettendo in atto una nostra personalissima interpretazione della realtà. Continua a leggere