Ricordi di una quarantena

Ricordo il 21 Febbraio quando appena rientrato da un breve viaggio all’estero salutai la mia famiglia con un sincero e sicuro “ci vediamo tra qualche settimana” e dal mio piccolo paese nella provincia di Bergamo mi diressi a Teramo per l’inizio delle lezioni universitarie.

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Pensieri eterogenei con digressioni inutili

Erika.
20 anni. In isolamento dal 9 marzo 2020.
Oggi è 7 maggio 2020 – 8,30 a.m.
Lo so che sono solo 2 mesi (60 giorni, 1460 ore e 87600 minuti, per dire) ma io non sono proprio abituata a stare chiusa in casa. Ho sempre ammirato la calma degli altri nello stare fermi dove sono, e non solo metaforicamente: io sono molto irrequieta (comunque sono molto a disagio a scrivere di me in questo momento) dicevo, sono molto irrequieta…mamma dice che

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La mia quarantena. Esperienze ed emozioni

Questa quarantena inizia per me con molta incredulità, come se fosse un provvedimento che pensavo si sarebbe risolto in un paio di giorni. Ero pronta a tornare inmediatamente alla vita normale, Università, studio, casa e qualche gita fuori porta, ero sicura si trattasse di una piccola pausa. Allo stesso tempo però non capivo bene come era possibile che un male che ci stava costringendo in casa, grave come lo stavano dipingendo, sarebbe passato in soli quindici giorni, così come ci avevano annunciato, ma in realtà non mi interessava più di tanto.
Sono tornata a casa dei miei genitori venerdì 6 marzo, più o meno come ogni fine settimana in cui ci ritroviamo tutti insieme, convinta di andare via il lunedì successivo per dedicarmi allo studio fino a quando non avrebbero sbloccato la situazione dopo le due settimane che ci erano state comunicate.

Il mio pensiero si è totalmente stravolto il 10 marzo, quattro giorni dopo, il giorno del mio compleanno in cui ho visto la mia famiglia per festeggiare. Cosa mi ha fatto cambiare umore? Beh, semplice. Nessuno di loro mi ha baciata com’è consuetudine fare per scambiarsi un saluto e, in quel caso farmi gli auguri. Ricordo che mio nonno mi porse il gomito da stringere, mia nonna mi lanciò un bacio da lontano, mio zio mi baciò le due guance senza alcun contatto. Al momento di spegnere le candeline mi sentii quasi sotto pressione. Mi guardavano come se stessero pensando che se ci avessi soffiato sopra, nessuno avrebbe mangiato la torta. Allora decisi di farmi una bella risata e spegnere le mie ventidue candeline muovendo il vento con le mani. Ringrazio sicuramente di aver potuto vedere i miei affetti più cari in quella circostanza, anche perché non sapevo che non li avrei rivisti per molti giorni ancora.


Iniziarono in fretta le videolezioni, uno per stanza con il nostro computer seguivamo i professori che tentavano con molto impegno di non farci mancare le loro spiegazioni. Fu così che ci sembrò ormai che facessero parte del nostro quotidiano, ogni mattina “buongiorno professore”, “ciao maestra”, “ma ho disattivato la telecamera?”, “non va più la connessione”, mi sembrava di rivivere lo stesso caos delle aule tradizionali, forse perché eravamo in tanti a casa a condividere questo lungo periodo. Noi sei, mia madre, i miei due fratelli, mia cognata, il mio fidanzato ed io che non eravamo riusciti a rientrare a casa dopo il mio compleanno, ci siamo ritrovati fortunatamente a vivre con uno spazio abbondante che ci ha permesso di inventarci diverse attività per trascorrere interminabili giornate. Abbiamo riprodotto una palestra giú in salone, un cinema nella camera da letto, un ristorante/pasticceria quasi ogni giorno con nuove ricette, abbiamo adottato un pappagallo per insegnargli a parlare.

Il turno per fare la spesa, non prima di una volta ogni dieci giorni, era l’unico momento in cui mettevamo la testa fuori la porta di casa, tranne per qualche raro episodio in cui mio fratello con il mio ragazzo andavano a correre nel parco in cui abitiamo. Fare la spesa era un’altra “esperienza” che mi ha molto sugestionata facendomi capire quanto questa situazione fosse pericolosa. Essendo in molti poche volte è toccato a me e mi sono sempre preparata credo sufficientemente: guanti, mascherina e via. Mi recavo a piedi al supermercato sotto casa, prendevo il numero nel “punto igiene” dove c’erano amuchina e guanti monouso e aspettavo mantenendo il più possibile le distanze dalle altre persone. Onestamente non sembrava che tutti avessero capito l’importanza di quelle regole da seguire. Osservando bene per ingannare l’attesa, noto situazioni differenti. Sembra quasi di essere tra i corridoi dell’università poco prima di un esame: c’è chi ha preparato i bigliettini divisi per ogni reparto del supermercato come se fossero capitoli di un manuale, “salumiere”, “primo piano”, “verdura”; c’è chi sfoglia il catalogo delle offerte cercando di memorizzare ciò che conviene comprare, come uno studente che cerca di memorizzare la mattina dell’esame tutto ciò che non ha studiato nei mesi precedenti; c’è chi non vede l’ora di entrare, fiero di essere pronto e preparato a fare ciò che deve e dare il meglio di sé; chi chiede continuamente “a che numero siamo?”, preso dall’ansia di non rispondere alla chiamata e dover poi ritornare al prossimo appello, che in questo caso corrisponderebbe a dover estrarre un altro numero tentando la sorte e sperando di riuscire a ritirarsi entro la giornata; quello che preferisco è chi in cerca di fiducia, si volta guardando i compagni di fila e annuncia “io subito faccio, entro ed esco” come a dire “tanto mi boccia subito perché so che farò scena muta”. Mi fa quasi sorridere quest’atmosfera, mi rende anche un po’ nostalgica perché non credo che rivivrò presto queste sensazioni con i miei compagni, d’altra parte invece, oltre queste persone che sembrano dunque avere il pensiero di fare in fretta per lasciare spazio agli altri, di comprare il giusto e quindi non troppo, ma neanche poco in modo da avere buon senso e non recarsi lì prima di un’altra settimana , c’è sempre chi non ha capito nulla o che si crede superiore a chi potrebbe ammalarsi o a chi ha rispetto per la salute altrui. Fanno rabbia i fenomeni egoisti che fanno peso sulle precauzioni adottate dagli altri, spavaldi e saccenti che si avvicinano troppo, senza mascherina, però magari hanno i guanti; vogliono stringerti la mano in segno di saluto; c’è chi la mascherina la ha, ma come collana da esibire; c’è chi prende il carrello e poi dopo mette i guanti.
Anche se mi si appannano gli occhiali a causa della mascherina e le mani sudano per via dei guanti, anche se è quasi stancante entrare nel supermercato e sentire la fretta di dover comprare tutto alla svelta, so che è la cosa giusta avere tutte queste attenzioni per me e per gli altri, bisogna essere responsabili e non superficiali. Entro, completo la mia lista e torno a casa. Anche il rientro in casa è cambiato. Non c’è più il saluto affettuoso, ma la corsa nel bagno del primo piano dove c’è il disinfettante, il lavandino in cui lavare la mascherina e la lavatrice per mettere via i panni che avevo addosso. Gli altri con i guanti disinfettano le confezioni e mettono in ordine la spesa, io lavo anche le braccia e riporto fuori le scarpe. Sono una persona ansiosa, se potessi laverei tutti i giorni anche i capelli, mi limito a togliere tutto, perfino i calzini e far partire il lavaggio. Non c’è più nulla che mi ricordi la vita nomale. Si continua così per giorni, ormai la televisione si accende solo per il telegiornale, purtroppo arriva qualche attacco d’ansia, soprattutto la sera, perché è difficile, perché penso ai miei nonni, mio zio che deve continuare a lavorare e soprattutto a mio padre, che si trova in un’altra nazione.

Quello è stato uno dei momenti più brutti: quando hanno annunciato il lockdown della Spagna, è lì che mio padre ha il suo ristorante. Mi sentii afflitta, avevamo tutti paura, più paura per lui che per tutti noi, anche più di quella che avevamo per i nonni che sono anziani. Perché? Perché mio papà è diabetico e in tempo di Coronavirus, “diabetico” significa “soggetto a rischio” e poi non è che il suo lavoro lo tuteli molto, è praticamente sempre in mezzo alla gente e ancora, era da solo, si perché l’aereo del 3 aprile che avrebbe dovuto portarci da lui è stato cancellato, così come tutti gli altri. Fu un incubo. Le videochiamate solite con lui si trasformarono in un’ ispezione ogni volta per essere sicuri che lui avesse la mascherina e il disinfettante a portata di mano, anche se l’acqua gli andava di traverso quella tosse diventava motivo d’ansia, gli raccomandavamo di non far entrare nessuno e di preparare solo cose da asporto, anche se eravamo consapevoli di non poterci accertare che lui lo facesse davvero. Penso che questo sia stato l’aspetto più difficile di tutta questa quarantena. La distanza, che già di per sé è dura, era diventata insostenbile. Andammo avanti così per circa un mese, forse di più, in realtà non lo so perché non ho idea di che giorno sia neanche oggi. Finalmente il 18 aprile e questo giorno invece lo ricordo bene, arrivò la migliore notizia che potessimo avere: mio padre aveva prenotato il biglietto per la nave che il 21 aprile, dopo 6 ore di auto fino a Barcellona, 21 ore di navigazione e altre 3 ore di auto, lo avrebbe portato qui da noi. Inutile dire quanto fosse forte anche la paura di quel viaggio, tutte quelle ore, noi sapevamo quanto fosse stancante e la paura che a qualcuno potesse salire la febbre sull’imbarcazione o ancora che non lo lasciassero passare al porto. Come da programma il giorno 21 aprile alle 23.13 mio padre entró dalla porta di casa dopo quattro mesi di messaggi e videochiamate, so che avremmo dovuto rispettare con lui i 15 giorni di distanziamento, ma non abbracciarlo è stato impossibile.

Si è aggiunto anche lui ai nostri pomeriggi di svago, giochi con le carte e allenamento, essendo in molti non sono mancati i litigi, i momenti di crisi, che poi però passavano da soli. Massimo due alla volta uscivamo per fare un giro introno al parco, sempre con le mascherine e facendo attenzione a non allontanarci troppo. Per me anche quello era diventato difficile, mia madre mi ha dovuta costringere ad uscire fuori, perché avevo troppa pura, non so cosa mi sia successo ma continuava a farmi male il petto e respirare diventava più complicato, forse l’accumulo di tutte le situazioni, le difficoltà, forse ho semplicemente capito quanto fosse cambiato tutto all’improvviso. Eravamo seduti in aula seguendo la lezione tutti insieme e ora possiamo soltanto pararci al telefono, non ci sono molti abbracci e nonostante io sia fortunata perché ho i miei affetti più cari al mio fianco, mi sono lasciata sopraffare dalla paura. Fortunatamente la mia famiglia mi è stata molto vicina e sono riuscita a superare anche questo momento, i mesi chiusi in casa ad un tratto mi sono sembrati quasi la normalità, come se non ricordassi prima come fosse, forse anche questo mi ha spaventata. Ormai mi sono quasi abituata all’idea che ci saranno altre cose da dover fare in questa nuova condizione, come ad esempio gli esami universitari e purtroppo anche il lavoro è già cambiato, si perché quello è uno delle prime cose che ho perso all’inizio del lockdown, avrei dovuto anche festeggiare molte date importanti nella mia famiglia, il diciottesimo compleanno di mio fratello, la comunione di mio cugino, i 30 anni di mio zio. Tutto rimandato, come se quest’anno potessimo cancellarlo, anche se in realtà non sarei d’accordo a far finta che non fosse mai accaduto tutto questo, perché credo che in fondo almeno alcuni, qualcosa lo abbiano imparato, però sicuramente spero che avremo presto la possibilità di recuperare tutto quello che abbiamo perso. Una bella emozione è stata quando hanno annunciato la possibilità della visita ai congiunti a partire dal 3 maggio. Noi abbiamo atteso un po’, ma il 5 maggio ho finalmente rivisto i miei nonni, anche se con le solite precauzioni. Mi ritengo fortunata, perché nonostante tutto il virus non ha colpito la mia famiglia, perché anche se non posso vedere tutti so che ci sono e che prima o poi quell’abbraccio stretto ce lo daremo.

Anna Capriglione: 0312202417

RITIRO SPIRITUALE FORZATO

Cos’è significato per me l’emergenza da Covid-19?

Per cercare di spiegare al lettore come ho vissuto questa situazione emergenziale sono costretta a parlare, almeno in parte, di me e della mia vita, dei miei affetti.

Mi chiamo Giulia Cirella, ho ventun anni e frequento il secondo anno del DAVIMUS, nell’Università degli Studi di Salerno. Vivo con la mia famiglia a Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli e nel nostro condominio vivono anche i miei nonni, i miei zii e i miei cugini.

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