Dove il tempo sembra essersi fermato…

Quello che abbiamo vissuto è stato senza dubbio il periodo più triste della nostra vita finora. Mi piacerebbe raccontare di una quarantena piena di cose da fare, diverse ogni giorno, ma così non è stato. Dal 9 marzo 2020 mi è sembrato di essere immerso in un vortice temporale dove ogni giorno era identico all’altro, le uniche variazioni erano quelle climatiche e, purtroppo, le notizie che erano in continuo aggiornamento.

La mia giornata si componeva praticamente di step ben definiti, si partiva da un risveglio nell’orario standard che può avere uno studente universitario, intorno alle 09.00, e si proseguiva all’ascolto delle lezioni e allo studio dei testi fino al primo pomeriggio.

Dopodiché il tempo veniva dedicato allo svago, bisognava pur scaricare il carico di lavoro mentale fatto fino a quel momento. Esso consisteva o nel giocare alla Play-station o alla visione di serie televisive/film. Devo constatare che senza l’aiuto della tecnologia per me, un semplice ragazzo di 25 anni, questi giorni interminabili non sarebbero passati con “leggerezza” come effettivamente sono trascorsi. Sia chiaro che quello che voglio intendere è che la noia non mi ha mai assalito.

La parte più triste e angosciante della giornata arrivava intorno alle 18:00 quando venivano aggiornati i bollettini della protezione civile. Ogni giorno più che sembrare un bollettino di una pandemia, sembrava di vivere un resoconto di una guerra, ed è proprio questo che creava quell’atmosfera di angoscia e paura che ti accompagnava fino al giorno seguente, dove tutto ricominciava da capo.

Una piccola parte di positività in questa esperienza di vita secondo me la possiamo intravedere, abbiamo riscoperto la famiglia e con essa i dialoghi, i confronti, le risate, passare le serate insieme. Relazioni e azioni naturali che con il ritmo frenetico dei giorni che viviamo in tempi di normalità avevamo perso.

Il ricordo più bello legato alla riscoperta di questo legame familiare è quando il sabato arrivava il momento di fare la pizza fatta in casa. Era il momento clou della settimana, il più atteso. Lo stare tutti insieme a preparare del cibo era qualcosa che ti faceva staccare un po’ da tutto e non pensare a ciò che c’era fuori.

Ricordi di una quarantena

Ricordo il 21 Febbraio quando appena rientrato da un breve viaggio all’estero salutai la mia famiglia con un sincero e sicuro “ci vediamo tra qualche settimana” e dal mio piccolo paese nella provincia di Bergamo mi diressi a Teramo per l’inizio delle lezioni universitarie.

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Quarantena a testa in giù

Caro diaro,

proverò a raccontarti brevemente come ho vissuto la mia esperienza di quarantena. Credo che nessuno di noi si sarebbe mai aspettato quello che poi si è verificato. Non mi sarei mai aspettata un blocco e una chiusura totale; avevo lasciato anche le scarpette nello spogliatoio della scuola di danza. Quello che personalmente mi è pesato di più è stato lo sgretolarsi dei vari progetti in programma: concorsi di danza per le mie allieve, spettacoli, esperienza estiva negli USA con tanto di corso in lingua e di corsi di danza, viaggio in Perù. Come quando corri e ti trovi all’improvviso un muro davanti!

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Smart working e quarantena

Il 10 marzo 2020 il mondo che conosciamo, si è improvvisamente arrestato. E’ stato un po’ come vedere una Ferrari che procede a 200 Km orari alla quale viene tirato, d’improvviso, il freno a mano. Tutte le azioni che fino a quel giorno mi erano familiari come abbracciare un amico, prendere un treno o un aereo, dare una stretta di mano, mangiare al ristorante, andare dal parrucchiere, sono diventate “proibite”.
Io sono una studentessa un po’ avanti con gli anni (ho intrapreso la carriera universitaria per migliorare la mia posizione lavorativa) e ho vissuto il periodo del lock down con molta ansia, sia per il mio futuro ma soprattutto per quello dei miei figli. Mio figlio maggiore è proprietario di un ristorante ed in una notte si è trovato senza lavoro. Io lavoro in una pubblica amministrazione ed in due giorni mi sono dovuta inventare, insieme ai colleghi, lo “smart working”, un sistema di lavoro che per chi conosce la burocrazia della pubblica amministrazione, è impensabile perché a noi “piace vivere in mezzo alle scartoffie”, agli archivi polverosi, alle penne ed alle matite.

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