RITIRO SPIRITUALE FORZATO

Cos’è significato per me l’emergenza da Covid-19?

Per cercare di spiegare al lettore come ho vissuto questa situazione emergenziale sono costretta a parlare, almeno in parte, di me e della mia vita, dei miei affetti.

Mi chiamo Giulia Cirella, ho ventun anni e frequento il secondo anno del DAVIMUS, nell’Università degli Studi di Salerno. Vivo con la mia famiglia a Sant’Antonio Abate, in provincia di Napoli e nel nostro condominio vivono anche i miei nonni, i miei zii e i miei cugini.

Mio padre è in pensione, mia madre è insegnante alle scuole elementari e mia sorella minore si prepara all’ingresso in università.

La mia vita prima del 9 marzo era una vita frenetica che dividevo tra l’università, il corso di bachata e salsa, i miei amici, il mio ragazzo e la mia ragazza con cui condivido una relazione di tipo poliamoroso e l’associazione culturale Controra, di cui sono socia insieme ad altri trenta ragazzi.

Ricordo che già a gennaio di quest’anno i telegiornali parlavano di un virus proveniente dai mercati di Wuhan e che provocava morti in diversi focolai attigui alla città-miccia. Il mondo di medici e specialisti, ma anche di giornalisti e persone comuni, si divideva in chi sosteneva fosse necessario prendere già dei provvedimenti e chi parlava di una semplice influenza, che avremmo preso tutti. “Solamente” le persone immunodepresse o con precedenti patologie, ne avrebbero pagato lo scotto, insieme agli anziani, per molti l’ultima ruota del carro.

Il 30 gennaio in Italia, dall’Istituto Spallanzani, arriva la conferma che due turisti cinesi sono positivi al tampone sul coronavirus. Nel giro di un mese scoppiano diversi focolai principalmente nel centro-nord; si arriva alla decisione di chiudere definitivamente la regione Lombardia, dichiarata come zona rossa, insieme ad altri undici comuni. Il DPCM entrò in vigore l’8 marzo.

Il 9 marzo, il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, firmò il decreto che entrò in vigore il 10 marzo, il DPCM che estendeva le misure di contenimento a tutta l’Italia: l’intero territorio nazionale diventava zona rossa. La fatidica “FASE 1” iniziava con l’auspicio di riaprire ben presto: prima si parlava di metà marzo, poi del 3 aprile. Successivamente si è costretti a rimandare al 13 aprile, ed infine si decide per una nuova data.

Il picco dei contagi e la situazione sanitaria precaria sono stati, però, i fattori scatenanti di un rallentamento nella riapertura dei comuni. Il periodo di quarantena si è prolungato poi fino al 4 maggio.

La mia famiglia ed io abbiamo avuto, inizialmente, la sensazione che tutto questo non ci riguardasse affatto. Personalmente diedi molto credito alle parole di alcuni specialisti che parlavano di questa situazione come di un problema gestibile, un virus come un altro. Tuttavia, alcune delle previsioni fatte si sono avverate e si è capito essere questo un virus complesso. Esiste il rischio, secondo alcuni studiosi del fenomeno, tra cui medici e specialisti, di ricontrarre il virus una volta guariti; un caso eccezionale se si considera che il nostro corpo è abituato a costruirsi una barriera di anticorpi tali da proteggersi in caso di un attacco ripetuto da parte di un agente infetto esterno.

Vivendolo ancora tutt’oggi non mi è ancora chiaro definire cosa sia accaduto, né sono in grado, non avendone gli strumenti, di inquadrare la mole di danni che quest’emergenza ha causato nel nostro mondo globalizzato.

Posso, tuttavia, avere una mia idea, una mia memoria e un mio pensiero critico riguardo la situazione attuale.

Credo, che inizialmente, le previsioni avessero forse sottovalutato la possibilità di questo virus di diventare così virale e così insidioso. Il coronavirus è sicuramente un virus “fastidioso” che, ad oggi, ci impedisce di continuare a vivere le nostre vite come le conoscevamo.

Le uniche due cose che sappiamo per certo, oggi, 10 maggio, è che in Italia l’economia deve riprendere il proprio corso e che l’unica cosa che possiamo fare fino all’arrivo di un vaccino efficace è evitare il contatto sociale di tipo diretto. Alcuni tra i tanti volti che rimbalzano continuamente nei canali di informazioni parlano di un futuro in cui nulla tornerà mai alla normalità a cui eravamo abituati.

Le mascherine e i guanti usa e getta sono diventati il nostro lascia passare, la nostra possibilità di muoverci, di comprare da mangiare, di “vedere” i nostri affetti e i nostri cari. Dal 4 maggio siamo finalmente nella cosiddetta “fase due”, una fase transitoria che per alcuni rappresenta una lenta ripresa e per altri un errore madornale, una campana di vetro, l’euforia immotivata presagio di un ritorno alla quarantena impostaci nei mesi precedenti.

Tuttavia, questo iniziale excursus della situazione generale, che noi tutti ben conosciamo, non risponde alla prima domanda che mi sono posta.

Sono costretta quindi a riavvolgere il nastro della mia vita e a ricominciare dal 10 marzo, 62 giorni fa.

Nonostante mi sforzi nell’empatizzare con infermieri, dottori, pazienti, famiglie dei defunti e disoccupati, io resto egoisticamente legata al mio ricordo della vicenda.

Preferisco tagliare corto così per introdurre il momento esatto in cui il virus, come la punta di un iceberg, ha deciso di collidere con la mia vita, di persona qualunque.

Sono sicura che ogni storia che riguardi questa vicenda, nella sua unicità, farà parte di una grande memoria collettiva, ma potrei parlar bene solamente e a gran fatica delle emozioni che ho provato personalmente sulla mia pelle. Agli storici lasceremo la possibilità di tirare le somme sull’intera vicenda, di contare le coincidenze tra le nostre vite e il momento di coesione, l’abbraccio universale o la solitudine esistenziale.

Sessantadue giorni fa io ero tra le braccia dei miei ragazzi, le persone più care per me. Il virus era l’ultimo dei miei pensieri: sono sicura che le mie preoccupazioni maggiori fossero altre.

Per un anno avevo sognato di tornare in università e finalmente ce l’avevo fatta. Il mio secondo anno universitario l’ho passato a fare il servizio civile presso l’associazione di donatori di sangue, Fratres, situata nel mio stesso paese. Il mio 2019 è stato terribile. La mia ragazza, Teresa, si era trasferita ad Omegna, in provincia di Verbania, a 900 chilometri da me. La mia paura di non rivederla più mi portò a decidere per un’occupazione: era necessario e fondamentale per me trovare i soldi per il biglietto del treno.

Le nostre famiglie non sono mai state comprensive con noi ed io decisi di chiedere ovunque lavoro ma l’ironia del caso volle che nessun bar o locale mi chiamasse. L’ironia sta nel fatto che probabilmente il mio aspetto, dovuto ai miei capelli lunghi e blu, i miei piercing e i miei dilatatori, non sia proprio ben accetto.

Per farla breve ed evitando ulteriori polemiche, entrai per scorrimento in quest’associazione dove potevo guadagnare quel poco che mi serviva per distaccarmi economicamente, in parte, dai miei. Peccato però, che terminato l’anno di servizio civile mi sia ritrovata punto e a capo.

Per ben sei mesi ho vissuto in casa di parenti e a casa del mio ragazzo. La mia vita era un inferno di paure, di timori, di crisi e finalmente, poi di sedute dallo psicoterapeuta.

Non mi va affatto di piangermi addosso ma ritengo necessario fare questa piccola premessa per permettere al lettore di comprendere che tutto ciò che è accaduto dopo non è stato per me paragonabile al dolore già sofferto.

Per scrivere questo diario la mia memoria non basta ed ho deciso di farmi aiutare dalle chat conservate su i due social che utilizzo più frequentemente: Whatsapp e Instagram. Scorrerò indietro nel tempo semplicemente trascinando ripetutamente il mio indice sullo schermo del mio telefono.

Quella sera del 9 marzo avevamo la televisione spenta e le tende chiuse.

Risalgo le conversazioni di Whatsapp fino a quel giorno. Sono le 17:41 ed ho scritto al mio ragazzo, Michele, di voler cucinare da lui insieme a Teresa, una variante del risotto alla cantonese, essendo entrambe vegetariane.

Quella sera cenammo tutti e tre insieme.

(il risotto di quella sera)

Ricordo fosse di domenica e che il giorno seguente saremmo dovuti ritornare nelle classi universitarie quando il Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, annuncia in conferenza stampa che dal giorno successivo sarebbero stati vietati gli spostamenti non di vitale importanza, con chiusura di scuole, università, locali e tutto ciò che non servisse alla produzione di materia prima.

L’università degli Studi di Salerno, in realtà, era già stata chiusa per ottenere la migliore sanificazione possibile dell’ateneo. Era il 26 febbraio, la protezione civile annuncia la chiusura dell’università dal giorno seguente fino al primo marzo. Io, personalmente, avevo sperato bastasse a farci ritornare a Fisciano, a rivedere facce amiche e a dedicarmi finalmente al mio futuro.

Eravamo, dicevo, tutti e tre occupati ad oziare, guardare il telefono e a mostrarci la bacheca l’un l’altro quando la notizia rimbalzò ovunque e ci fu chiaro che le nostre vite stessero per cambiare.

Mia madre iniziò a scrivermi, in modo ossessivo, di dover rincasare, di non dover fare tardi.

Passammo il tempo ad abbracciarci, a cantare, a ridere e scherzare su quello che poteva sembrarci un presagio catastrofico, degno delle migliori americanate cinematografiche digerite e ingurgitate dalla nostra generazione, e non solo. Strinsi Teresa mentre eravamo distese sul lettone matrimoniale e intonammo una frase di una canzone di Tiziano Ferro che ci sembrava giusta per la situazione e, non con poca ironia, ci divertimmo a dedicarcela: “l’ultima notte al mondo io la passerei con te”.

Non ho mai amato Tiziano Ferro ma non c’è alcun motivo di specificare il perché di alcune scelte ironiche e intime in momenti così delicati.

Ricordo che ai messaggi di mia madre iniziarono ad accodarsi quelli della famiglia di Teresa che la minacciava in ogni modo di tornare presto. Avrei voluto scegliere di passare quella notte insieme, di non pensare al domani, e invece no, mi addormentai e mi svegliai all’1:30.

Riaccompagnai Teresa alle 2:00, con tanto di bile generale da parte della sua famiglia e della mia.

I giorni seguenti, i primi giorni di quarantena furono per tutti e tre una prigionia forzata. Io, personalmente, ricordo di aver retto molto male lo stress iniziale: mi convincevo che mia madre ora fosse contenta di avermi finalmente chiuso le porte di casa, un desiderio tanto bramato da tempo.

Il 10 marzo scaricai un programma, Kast, per condividere lo schermo con i miei amici e i miei ragazzi, o chiunque volesse aggiungersi. Da quel giorno ho iniziato a proiettare film quasi tutte le sere. Avevo stabilito il mio primo punto fisso, un piccolo passo per la ricostruzione di una routine che mi tenesse impegnata e che non mi facesse crollare e scadere in quei brutti meccanismi della psiche che spesso impediscono a tutti di essere funzionali a sé stessi.

11 marzo. In una discussione avuta su Whatsapp tra me e Michele leggo di aver litigato e pianto in casa. Non ricordo il motivo ma ricordo che avevo bisogno di aiuto e avrei voluto vederlo.

Quel pomeriggio iniziai a dedicarmi al mio corpo. Sentire i muscoli lavorare mi ha sempre aiutato molto a contenere la rabbia. Feci una serie di addominali e poi scesi con mascherina e guanti a comprare qualcosa nel minimarket vicino casa. Riuscii a tranquillizzare, infine, la mia famiglia, e a spiegargli che avrei utilizzato le precauzioni giuste ma che in casa, per un tempo indefinito, senza una passeggiata sotto casa, sia io che mia sorella avremmo sofferto troppo. Non ci sentivamo affatto comprese. Riesco a connettermi con la sofferenza degli adolescenti e dei bambini costretti in casa.

12 marzo. Mi accorgo di aver iniziato a fumare con mia sorella. Trovo un messaggio del mio ragazzo che mi ammonisce: “non prendere il vizio”. Non l’ho mai preso; le sigarette consumate quotidianamente non arrivano mai a due e quando il pacchetto termina, aspetto un po’ di giorni prima di ricomprarlo.

E’ in questa semplice attività giornaliera, però, che ritrovo un contatto con mia sorella.

Quel giorno ho avuto la possibilità di intrattenere una lunga conversazione a telefono con un fotografo di Milano a cui mi sono proposta come modella.

La mia psicologa mi aveva contattata il giorno precedente per chiedermi di svolgere la nostra prima seduta on-line. Non mi sentivo così sicura in casa mia a parlare liberamente di me e ricordo di essermi lasciata andare con lei più per messaggio che per webcam.

I primi giorni di distanziamento sociale furono per me uno stress anche psico-fisico. Non ne parleranno in molti ma la mia home di Instagram era invasa da battute a sfondo sessuale e sfoghi sull’astinenza di cui avremmo sofferto più o meno tutti.

Ma più i giorni passavano e più le mie pulsioni sparivano fino a sentirmi quasi completamente apatica.

Sorrido nel rileggere certe conversazioni. Mi accorgo che molte chat parlavano di fantasie di fuga, di strategie da escogitare per vedersi sul confine, in un negozio, tra uno scaffale e l’altro. Tutto molto romantico, con uno stipendio sostanzioso, magari, per permettersi di pagare l’ammenda e sporcarsi pure la fedina penale.

(una storia che misi sul mio profilo quel giorno)

I giorni successivi passarono nel dimenticatoio della routine quotidiana.

16 marzo. Il giorno precedente mia sorella aveva preparato degli stuzzichini da accompagnare ad una bottiglia di spritz di bassissima qualità. Fu un momento piacevole, seppur forzato, in famiglia. Mia sorella era spesso di cattivo umore, per questioni di natura psicologica di cui non parlerò. Tuttavia, verso la metà di marzo, la sua condizione iniziò a mutare.

Il 16 marzo le venne voglia di cucinare. Avevamo visto tutti fare l’impasto della pizza e a noi, che siamo delle pizza-addicted, ne sentivamo molto la mancanza. Sapevamo di non avere la libertà e la tranquillità di sperimentare.

(il mio primo esperimento)

Non mi va di raccontare l’episodio ma mi limito col dire che fu un disastro. La pizza venne malissimo e litigai tutto il tempo con la mia famiglia. L’esperimento fu ripetuto un altro paio di volte ma man mano che tentavo la mia voglia di litigare diminuiva. Belle le famiglie sulla Rai, tutte arcobaleni e dolce convivenza. Quanta ipocrisia.

18 marzo. Riporto qui un episodio curioso. Inizio a pensare e ripensare ad una persona del mio passato. Credo siano iniziati più o meno quel giorno quei pensieri legati ad un trascorso remoto e sepolto.

Sono sicura che questa quarantena abbia riportato alla mente di tutti, belli e brutti ricordi, ma si sa che questi ultimi sono tendenti a restare più a fondo, incastrati tra una doccia e l’altra. La solitudine di alcuni momenti ci ha fatto ricordare quanto siamo stati fragili quando non abbiamo dato voce alle parole che ci portiamo dentro ogni giorno, che ci assillano e chiedevano di uscire.

Mi ricordai di lui, come un fulmine a ciel sereno, che nemmeno si è mai più preoccupato di scrivermi. Parlavo con i miei ragazzi di avere questo desiderio che mi spaccava quasi in due. Iniziai a sognarlo. Giorno dopo giorno, sempre più spesso.

Non ricordo poi quando decisi di rompere con i miei silenzi e con le mie paure ma riuscii a scrivergli. Ironico quanto mi sia bastato per dimenticarmi, almeno per i mesi a seguire, un po’ di lui.

Fu una conversazione breve e senza alcun interesse da parte sua, ma io avevo avuto il coraggio di chiedergli come stesse e tanto mi bastò.

La mia conversazione di quel giorno con Michele è molto fitta. Descrivo un bel pomeriggio in giardino a sentir suonare mia sorella e a cantare.

19 marzo. E’ la festa del papà e San Giuseppe. A casa mia questa data è molto festeggiata, di norma. In famiglia ci sono tre Giuseppe, una Giusy, una Josephine e una Giuseppina.

Quest’anno un po’ tutta Napoli ha sofferto per la mancanza delle zeppole. Le mie storie Instagram erano invase di foto di questo dolce tradizionale homemade.

Da questo periodo in poi noto che, nei messaggi scambiati per via Whatsapp, vengono descritti con una maggiore accuratezza di dettagli tutti i sogni che tornano alla mente, al risveglio. A colazione con la mia famiglia si verifica lo stesso fenomeno: tutti ricordano i propri sogni e spesso sono tormentati e claustrofobici. Alcuni miei conoscenti iniziano a soffrire di insonnia.

Le lezioni universitarie si erano finalmente stabilizzate più o meno tutte: alcune lezioni non si erano mai interrotte, altre riprendevano ora il loro normale svolgimento. Per alcuni professori era stato più semplice di altri organizzarsi con le nuove disposizioni di didattica a distanza.

Mia madre, insegnando ad una fascia di utenza molto sensibile, che va dai sei ai dieci anni, ha trovato molte difficoltà nel trasferirsi su Skype e Whatsapp con le sue due classi. Lei non ha mai avuto molta dimestichezza con la tecnologia ed io sono stata costretta ad aiutarla anche nella più banale delle azioni.

In casa tutti temono di entrare nella videochiamata di qualcun altro, di fare qualche brutta figura. Uno scenario ironico e grottesco allo stesso tempo.

Gli spazi personali e la privacy sono invasi. Non che prima non lo fossero, sia chiaro. Ad un certo punto, però, la serietà e l’autorevolezza di alcune professioni, forse, iniziano a perdere un po’ parte del loro fascino.

21 marzo. Ho passato la nottata a guardare uno dei film più belli che abbia mai visto. L’ho proiettato su Discord, un’altra piattaforma comoda per la condivisione dello schermo. Il film in questione è Mulholand Drive di David Lynch, meraviglioso. Se un giorno riuscissi a diventare una regista vorrei creare qualcosa che mi lasci le sensazioni che questa proiezione mi ha regalato.

Mi addormentai. Essendo sabato, non mi sarei dovuta alzare presto per seguire le lezioni.

Mi arresi: io la pizza, o qualcosa che le somigli, la volevo e la pretendevo. Scesi dal panettiere e trovai qualche focaccia. Sono sempre stata una che mangia solo ed esclusivamente pizza sottile, “alla napoletana” ma mi arresi: era buona lo stesso.

(focaccia)

Partecipai anche io a qualche challenge ma l’euforia durò poco: dopo la challenge sulla musica deathcore e quella sulla body positive, mi arresi e lasciai perdere. Non è così divertente intasare un social di queste sfide tutte uguali.

22 marzo. Era domenica e mi alzai presto. Io, Michele e altri quattro dei miei amici più cari dovevamo incontrarci davanti alla sede dell’associazione Fratres. Avevamo deciso di donare il sangue, anche se per alcuni di noi era già la seconda o terza volta.

E’ un gesto semplice, che possiamo fare in molti ma che molti dimenticano, o peggio, ignorano. Era il periodo della “caccia alle streghe”, il periodo in cui tutti si sentivano superiori agli altri nel filmarsi dai balconi inveendo contro i passanti che, a detta loro, non dovevano essere in strada.

Scrissi un post di rabbia su questo: invitai le persone a donare, a essere utili per la comunità e a smetterla di voler ricoprire il ruolo di poliziotti a tutti i costi.

23 marzo. Tra le diverse cose, la ginnastica quotidiana, lo studio, i corsi e la proiezione di film, iniziai a lasciarmi andare a quel dolcissimo veleno che è lo shopping on-line, un buon metodo per distrarsi.

Quel giorno ero preoccupata. Iniziammo un po’ tutti a temere per la diffusione del virus nelle nostre zone. Alcuni casi isolati iniziarono a verificarsi nei comuni dell’Agro-Nocerino-Sarnese.

Nel settore dove lavora il fratello del mio ragazzo risultò esserci un contagiato.

In intima confidenza ci lasciamo andare entrambi ai nostri brutti pensieri. L’idea che qualcosa possa accadere all’altro ci terrorizzò.

L’ultima settimana di marzo litigai con la mia ragazza. Questa situazione la faceva soffrire più del dovuto ed io non sapevo bene come aiutarla. Per lei stare chiusa in casa è sempre stata una vera condanna.

Durante questo periodo riflettevo a lungo sulla mia condizione psicologica e in me inizia a farsi spazio l’idea di abbandonare definitivamente la terapia.

Credo di essere arrivata a questa conclusione già il 12 marzo. Non scrivo più alla mia psicologa, non ne sento il bisogno. Iniziai a capire come costruirmi i miei spazi. Trovai la chiave della porta della mia stanza e decide di isolarmi quando ne sentivo il bisogno. Faccio regolarmente esercizio cinque volte a settimana e inizio ad occuparmi della mia alimentazione e della mia idratazione in modo quasi maniacale.

(questo è l’impasto che preparai quel pomeriggio)

28 marzo. Un altro tentativo di pizza in casa mal riuscito. Ricordo che fu proprio in quel periodo che la Mediaset rimandò in onda, per l’ennesima volta, l’intera saga di Harry Potter. Non mi sento mai abbastanza grande per questo e mi riscaldò il cuore fare questo rewatch.

4 aprile. Era scoppiato lo scandalo Telegram riguardante il fatto che già da anni su questo social girassero foto di nudo pedopornografico o materiale di revenge porn. Molti gruppi vennero segnalati e tutti ne parlavano.

Per me, quel giorno fu importante. Decisi di metterci la mia faccia e condussi la mia prima diretta su Instagram con scopo informativo. Aver utilizzato il mio piccolissimo potere mediatico mi ha fatto sentire libera, coscienziosa, responsabile e soprattutto utile.

9 aprile. Decisi di truccarmi e di farmi carina, di mettere una gonna scozzese e di scattarmi delle foto. Mi ero lasciata parecchio andare, non mi interessava di apparire in nessun modo. Non è necessariamente un male non volersi preparare, ma in quel caso sentivo di avere il bisogno di riconoscermi e apprezzarmi allo specchio.

(un mio selfie del 9 aprile)

Scendo a fare due passi e mi reco al minimarket vicino casa dove prendo alcune cose da mangiare e poi faccio un giro a prendere delle crocchette per i gatti che gironzolano nel mio cortile, sempre affamati.

12 aprile. L’associazione culturale, di cui sono socia, decise di risorgere dalle sue ceneri e di riattivarsi sui social: quella domenica alle 18:00 doveva esserci la prima diretta via Facebook firmata Controra.

Avevamo fatto delle riunioni su Discord per decidere il modus operandi da adottare e venne fuori l’idea di questa iniziativa. Dopo aver organizzato i diversi gruppi operativi (gruppo tecnico, gruppo contenuti, gruppo pubblicità, gruppo grafica) mancava una sola cosa da decidere: il nome delle dirette. Quello che andò per la maggiore fu “Le 40elle” da un meme che girava su un ragazzino in bici che esordisce dicendo di voler “fare le tarantelle”, ovvero, di voler litigare, in modo spavaldo se necessario all’eventualità.

(il pranzo di Pasqua)

La prima puntata fu intitolata “Colomba pasquale e tema natale” perché la nostra prima ospite fu proprio una ragazza che si occupa di astrologia. La puntata portava questo titolo volutamente ambiguo perché decidemmo di farla proprio nel giorno di Pasqua.

Quel giorno, sciaguratamente, il sindaco di Angri, comune dove ha sede l’associazione, annuncia il lutto cittadino per il primo morto da coronavirus del paese.

19 aprile. La puntata fu rimandata a quel giorno. Nonostante l’accaduto, la diretta risultò gradevole e simpatica in un momento davvero delicato per la comunità. Evitammo qualsiasi situazione o sketch fuori luogo.

( i ragazzi in foto sono dei soci dell’associazione che si occupano di presentare e di dirigere lo svolgimento dell’intera puntata)

20 aprile. Teresa mi scriveva che suo zio, che risiede ad Omegna, era risultato positivo al coronavirus. Due mesi prima aveva avuto una febbre molto alta ma si rifiutarono di esaminarlo in ospedale. La motivazione che gli fu data fu che in ospedale non c’erano abbastanza tamponi.

Fortunatamente ora sta bene; sua moglie e sua figlia sono risultati negativi. Ero egoisticamente sollevata di “avere” Teresa al sud.

Non riuscivo a togliere lo sguardo da tutte quelle immagini, quei video frenetici che mi scorrevano sulla home di Instagram mi rubavano ore e giornate. Non riuscivo a studiare, a concentrarmi su ciò che avevo davanti; mi sentivo frustrata.

25 aprile. Giornata regolare, tranquilla. Credo di aver trovato una strana pace in questa quarantena. Era, tuttavia, l’anniversario della liberazione d’Italia e decisi di postare nella mia storia l’immagine (in foto) di un campo di papaveri rossi, accodandomi a tutti coloro che silenziosamente decisero di manifestare in memoria di questa giornata con questo semplice gesto.

Il 16 aprile l’associazione, di cui faccio parte, decise di promuovere un contest aperto a tutti con tema “guanti e mascherina”. L’invito era quello di dare spazio alla propria creatività e di includere questi due oggetti all’interno del progetto. Fu un’idea interessante a cui parteciparono musicisti, fotografi, grafici e disegnatori, tra professionisti e amatori. Decisi di partecipare anch’io con due scatti.

Erano ormai passati quattro mesi dall’ultima volta che avevo creato qualcosa di mio. Il risultato non mi ha completamente soddisfatta ma sono contenta di essermi messa nuovamente alla prova.

L’idea mi venne guardando alcune foto di un fotografo che seguo su Instagram: Sandro Giordano, anche detto “Remmidemmi”. Le due foto sono un mio modo di ironizzare sulle misure di sicurezza, di cui si è parlato tanto in TV, per quanto riguarda il distanziamento sociale che dovremmo adottare quest’estate.

27 aprile. Sembra una cosa banale ma chiamare la mia pizzeria preferita e ordinare una pizza con crema di zucca, melanzane grigliate e noci, mi cambiò la giornata. Non ho foto di quel giorno, purtroppo.
Era il primo giorno di riapertura per le pizzerie in Campania ma non tutte aprirono, ad alcune non conveniva affatto: le entrate non avrebbero sostenuto le spese.

La sera precedente tutta la mia famiglia si era ritrovata ad ascoltare il discorso di Conte sulla “fase 2”. Non ci capitava spesso di stare sul divano insieme.

La parola “congiunti” aveva mandato in confusione un po’ tutti. Internet si era scatenato tra meme, parodie e post di indignazione, non esclusivamente rivolti a questo punto specifico del discorso.

A me, personalmente, importava capire se avessi potuto rivedere Teresa e Michele.

Siamo ormai abituate alla distanza, io e Teresa, ma, paradossalmente, il fatto che fosse qui, a pochi chilometri da me, mi sembrava insopportabile, più di quando era ad Omegna. Avevamo sopportato fino a quattro mesi di estenuante mancanza, quando era al nord, ma ora, la claustrofobia, l’ansia, i timori e i sogni di fuga avevano creato un cocktail micidiale per mancarsi tanto.

4 maggio. Questi benedetti congiunti!

Il sito del governo fu costretto a chiarire molti argomenti riguardo il nuovo decreto: sul sito ufficiale, tra i diversi punti della FAQ, si chiariva anche questa ambiguità legata al termine “affetti stabili”.

Mi vestii e mi preparai, anche se tralasciai il trucco. Alle 19:00 ero in auto. Avevo rispettato la routine: mi ero promessa di non stravolgerla solo per stare con le persone a me care.

Decisi di scendere tardi così da avere il tempo per studiare e fare ginnastica. Andai a prendere Teresa, che abita a Scafati, e lei si presentò con una rosa appena colta.

Ero così contenta di rivederla, di risentire la sua voce, di guardarla. Il suo tono di voce in webcam è completamente distorto, tanto che ogni volta che lo riascolto dal vivo mi sorprendo di quanto in realtà sia sottile e bambinesco.

Rividi anche il mio ragazzo quel giorno, anche se lui ero riuscito a vederlo almeno alla donazione di sangue e tra gli scaffali del supermercato.

Teresa non guida e per lei sarebbe stato impossibile trovare un modo per incontrarci prima.

Ero la persona più contenta del mondo quel giorno. Avevo pensato a quanto mi piacesse guidare, fare qualche sorpasso e tornare a sentirmi viva.

Mi sentivo un po’ Will Turner, il co-protagonista dei Pirati dei Caraibi, quando rincontra Elizabeth Swan. Nella saga i due possono trascorrere un solo giorno insieme e molti anni separati.

10 maggio. Oggi, domenica. Sono passati esattamente due mesi dall’inizio di tutto. E’ una giornata importante per me perché insieme ad altri ragazzi dell’associazione discutiamo su un argomento che abbiamo molto a cuore: l’arte contemporanea.

Ci siamo dedicati molto a questa diretta: abbiamo fatto delle prove e curato una scaletta di punti fondamentali da affrontare.

Alle 18:00 siamo in onda e introduciamo l’argomento con uno spezzone de “Il mistero di Bellavista”. Subito dopo tre ragazzi introducono il discorso centrale e ci presentano. Tutta fila liscio, la discussione prosegue naturalmente.

Ad un certo punto la connessione ci abbandona e il presidente dell’associazione ci avverte del fatto che su Facebook è tutto bloccato e le persone stanno ascoltando solo le nostre voci: è diventato un podcast. Delusione generale.

Peccato, è stata davvero una gran bella discussione e avevamo raggiunto un numero notevole di spettatori. Decidiamo di riavviare più volte. Nonostante gli sforzi da parte della regia tecnica, però, i problemi persistono. The show must go on e si conclude dopo due ore intense. Faccio i complimenti agli altri soci. Ero molto nervosa all’inizio all’idea di poter sbagliare qualcosa davanti a tutti ma sono riuscita ad intervenire e a lasciarmi andare: è un passo avanti.

Nel gruppo Whatsapp discutiamo sulla possibilità di rifare una diretta del genere ma di risolvere i problemi di connessione in anticipo. E’ stata davvero una sfortuna la nostra perché nelle prove non c’erano stati problemi di alcuna natura.

(la locandina dell’evento con i soci che si sono occupati di presentare e dirigere la diretta)

In questi due mesi sono cambiata molto. La mia psicologa mi ha scritta per avvertirmi sulla possibilità di ritornare a fare le sedute in studio. La ringrazio ma rifiuto. Ho trovato una certa pace e sento il bisogno di camminare sulle mie gambe, di ricominciare con la mia vita. Ho bisogno di un riscatto, di mantenere la mia routine e di incappare meno nel passato per guardare di più al futuro.

Non è mia intenzione rinnegare i benefici di una buona psicoterapia; sono arrivata ad una decisione che sento di dover prendere, semplicemente e naturalmente, senza sé e senza ma.

La mia vita due mesi fa era un caos totale in cui affogare. Non gestivo affatto i tempi, né tantomeno i miei sentimenti. Ero sempre arrabbiata e sempre frustrata. Non mi sentivo mai abbastanza per nulla e la mia autostima continuava a salire e scendere vertiginosamente.

Mi sono presa cura di me come forse mai prima d’ora ma non mi sento di riconoscermi tra coloro che vorrebbero restare in casa un altro po’. Tutte queste persone ringraziano la quarantena per averli strappati dalla vita frenetica del nostro tempo, dalle relazioni di tipo sociale forzate.

Tutto questo mi fa sorridere perché mi ricorda un libro di tipo autobiografico da cui poi è stato tratto il film “Ragazze, interrotte”, dove la protagonista è stata ricoverata in un ospedale psichiatrico a diciotto anni.

(foto scattata il 4 maggio, in auto)

Ad un certo punto lei si accorge che per molte di loro quel luogo è un limbo in cui restare: la vita fuori le spaventa più della loro stessa malattia. Nonostante il dolore immenso dovuto alla loro condizione e il modo poco dignitoso in cui vengono trattate dal personale medico, tra quelle mura, si sentono protette. Perché? Perché semplicemente crescere e scontrarsi con il mondo è per alcuni un ostacolo insormontabile.

Il mio paragone è sicuramente sempliciotto. Sono consapevole del fatto che ci sia comunque un fondo di verità in entrambi i casi, ma, personalmente, non mi sento di condividere la prima posizione descritta.

Sono contenta del percorso fatto e delle infinite riflessioni maturate in questi mesi grazie a questo distanziamento socialmente imposto, ma ora è il momento di lanciarmi a piene mani nel mondo e di rinascere, virus permettendo.

Giulia Cirella

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