La quarantena: il resoconto generale tre mesi dopo.

Fino agli inizi di marzo, la mia vita aveva seguito il solito corso. Quasi senza prestare molta attenzione, infatti, ripetevo le cose che facevo normalmente, consapevole però che, in altre parti del mondo, centinaia di migliaia iniziavano a modificare le proprie esistenze per poter far fronte al virus che da gennaio aveva fatto la sua “comparsa”.

È stato all’università che è iniziato il “cambiamento” della quotidianità. Avevo appena finito un corso, erano circa le 16 e un avviso istituzionale comunicava a tutti gli studenti della sospensione delle attività didattiche, ipotizzando un possibile ritorno verso la metà del mese di aprile. In quel momento realizzai quanto la situazione si stesse “evolvendo” velocemente. Passare dal percepire lontano il virus che colpiva la città di Wuhan e spaventava il resto del mondo, ad avvertirlo più vicino, era una sensazione sempre più presente, soprattutto dal momento che ufficialmente si poteva affermare il suo arrivo in Italia a fine febbraio. Costantemente i telegiornali, i diversi social, o in generale i mezzi di comunicazione riportavano, quasi in tempo reale, l’avanzare del virus, per cui esso era diventato l’argomento di discussione prioritario. Talmente tante, spesso, erano le notizie, però, che mi capitava di non volere più sentirle. La saturazione di informazione era davvero eccessiva, e credo ciò abbia contribuito ad una sorta di poca empatia verso la situazione; inoltre, vivere i giorni iniziali della ancora non “ufficiale quarantena” come se fuori non stesse accadendo niente, non fecero altro che accrescerla. Non che non mi importassi, semplicemente alcuni brevi istanti di sconforto, incertezza e sorpresa di fronte alla potenza della malattia, si alternavano a momenti di totale distacco, stando nel piccolo di casa. Tuttavia, non si può non osservare e ascoltare ciò che accade attorno, non ci si può limitare ad essere uno spettatore passivo di fronte al mondo messo a dura prova, e dunque l’ultima volta che fui capace di mettere piede fuori casa, mi resi conto che inevitabilmente tutto sarebbe cambiato.

Diversi giorni dopo la chiusura dell’università, infatti, andai a fare la spesa con la mia famiglia e mentre le strade, le macchine, le persone sembravano apparentemente le stesse di sempre, già all’interno del solito supermercato qualcosa era mutato. All’ingresso era stato collocato un tavolo sul quale, tutti coloro che uscivano ed entravano, potevano trovare del disinfettante per le mani. Vi erano cartelli che ribadivano le norme di sicurezza che da fine gennaio, inizio febbraio abbiamo iniziato a sentire. Già alcune persone iniziavano ad indossare i guanti in lattice, le mascherine, ma soprattutto potevo notare come le persone, in fila alle casse, evitavano il contatto ravvicinato con gli altri, e quasi sembravano estremamente attente ad osservare chi avessero attorno, e se sentivano qualcuno tossire, immediatamente sguardi scrutatori si posavano su quella persona in “cerca” del virus. Forse non è molto ma, ai miei occhi, quel episodio quasi divertente, annunciava l’inizio di qualcosa di grande. Col passare del tempo, i fatti confermarono ciò. Passammo da ascoltare notizie su diversi argomenti ai telegiornali, a seguire tutto ciò che accadeva. Non vi fu un momento in cui la mia famiglia non stesse guardando un aggiornamento circa la situazione, in cui non contasse il numero dei morti, dei guariti, dei contagiati, in cui non parlasse delle “nuove” informazioni circa il virus sconosciuto, non vi fu un solo momento in cui la parola “Coronavirus” non fosse stata pronunciata. E abbiamo guardato il tutto dallo schermo della televisione, del telefono, del computer sperando di poter sentire, leggere qualcosa di positivo e ancora ora lo facciamo.

Inizialmente, la mia famiglia non si era lamentata a voce alta di dover stare in casa 24 ore su 24, e sembrava strano perché la maggior parte della loro giornata la trascorrevano fuori casa a causa del lavoro o varie attività. Un mese dopo l’annuncio del lock-down nazionale, però finalmente hanno sentito quel bisogno di tornare ad una, se pur minima, normalità. Non era, infatti, molto gradevole per loro abituati a lavorare, sentire il bisogno di tenersi occupati con il lavoro e non poterlo soddisfare, non era gradevole per loro non poter dedicare le loro vite a qualcosa di utile. Vivo con mio padre, sua sorella e suo fratello, e una sera fu proprio mia zia la prima a dire, mentre sentiva al telegiornale che il numero dei contagiati iniziava a diminuire, che sperava la situazione potesse migliorare velocemente in modo da tornare a “muoversi”. E anche se non dissero niente, lo so che anche mio zio e mio padre lo speravano.

Le uniche persone che abbiamo potuto vedere “costantemente” sono state le nostre vicine, Lucia e la figlia Francesca, al piano di sopra. Al di fuori di loro, pochi sono stati i visi che abbiamo potuto rivedere, o meglio, pochi sono stati gli occhi che abbiamo potuto guardare, senza che fossero nascosti da una mascherina. Talmente pochi che si possono contare: la signora Filomena del panificio sotto casa, la signora Michelina che abita di fronte, il signore che porta le bombole del gas, la postina e gli impiegati della posta recentemente. Mai avrei potuto immaginare di sentire quasi la “necessità” di vedere altri visi al di fuori dei tre membri della mia famiglia in questi mesi, come avevo commentato ad un’amica durante una chiamata su Skype, dopo averla vista sullo schermo del pc.

Devo dire che a differenza della mia famiglia, io non ho sentito l’esigenza di quella quotidianità fuori di casa. Sono ormai tre mesi, e ovviamente, parte di essa, mi manca e mi mancherà una volta l’estate arrivi definitivamente. Sono anni, però, che mi sono abituata a stare in casa, anche intere settimane e realmente lo apprezzo perché, senza accorgermi faccio tanti progetti e pianifico di fare tante cose relative soprattutto all’arte (che evito di definire “hobby” perché è molto riduttivo), alla lettura, la fotografia che il tempo scorre senza che me ne accorga. Tuttavia, è stato leggermente diverso perché non erano più settimane, ma mesi; perché ero consapevole che la possibilità di uscire, anche solo per una passeggiata, non era da considerare; perché ero consapevole che il mondo fuori dalle mura di casa era in piena battaglia e ad essa io non potevo partecipare, nemmeno come spettatrice, almeno non di persona; perché era “imposto” e non “voluto”. Ed era diverso, e continua ad essere diverso, perché lo schermo del pc era ed è diventato uno dei modi attraverso cui avvicinarmi alla “realtà”, non solo universitaria, ma anche quella realtà fatta proprio di rapporti tra persone, dal momento che l’unica possibilità di vedere amici e parenti lontani, era costituita da una videochiamata (e continua ad esserlo al momento).

Non avevo mai passato, infatti, così tanto tempo di fronte ad uno schermo. Soprattutto le lezioni online sono state la principale ragione, seguite poi dall’intrattenimento. Una routine di casa appresa rapidamente, piacevole perché comoda ma stancante più di quella passata, poiché allo stesso modo che questi strumenti tecnologici si scaricano, anche le mie energie si esaurivano (ed esauriscono velocemente), a volte senza accorgermene per poi riprendere la mattina successiva con nuove forze date da ore splendide di sonno. Una routine che non prevedeva l’aria aperta delle strade, per cui di fronte alle giornate di sole della primavera la quale si era lasciata alle spalle quella neve intermittente di fine marzo, ho dovuto “auto-educarmi” e reprimere la voglia di andare in giro, di cui ero sorpresa perché poche volte mi era capitato di sentire il desiderio di fuggire. Ero e sono però, fiduciosa che prima o poi, possa esserci la possibilità di poter camminare liberamente sotto il sole che splende. In quei momenti di “auto-educazione” mi veniva in mente una riflessione che mi ha accompagnato durante la quarantena. Quando il presidente del Consiglio Conte aveva annunciato l’inizio della fase due, ho sentito dire a mia zia, riguardo il dover portare obbligatoriamente la mascherina, i guanti quando si esce di casa: “Ormai ci siamo già abituati, quindi non sarà un problema”. Ciò mi ha fatto ricordare le parole di una coppia di Youtubers che vive in Giappone (lei giapponese, lui spagnolo).

In uno dei loro video, in cui parlavano della disciplina e dell’atteggiamento giapponese di fronte alla situazione “Coronavirus”, commentavano il fatto che i giapponesi non possiedano una “disciplina innata o speciale” come, di solito, si crede. Semplicemente l’educazione e le norme apprese sin da piccoli permettono loro di vivere in quel modo spesso ammirato da noi occidentali, per cui in certe situazioni si sono “abituati” ad eseguire quei determinati comportamenti e sanno come reagire in determinate situazioni (un esempio, prendere il treno in ordine, senza disturbare gli altri). Tuttavia, la situazione del coronavirus, una totale “novità”, aveva determinato che alcuni non avessero idea di come comportarsi, trasgredendo le norme “soft” che il governo si era impegnato ad introdurre piano piano per non sconvolgere la vita dei giapponesi. E credo che, in parte, quelle parole possono valere anche per noi. Ovviamente, noi veniamo educati in modi differenti, cresciamo conoscendo norme e regole diverse dalle loro (o almeno in parte). Tuttavia, anche per noi è stata una “cosa inaspettata e così improvvisa”. Il cambiare le nostre abitudini non rientrava nel piano che ci eravamo fatti per il futuro, soprattutto quel doverci adattare sembrava piuttosto difficile, come dimostravano le diverse notizie su coloro che non davano la necessaria importanza alle norme di sicurezza e si permettevano di andare in giro, cosa non diversa in Giappone. Ulteriormente, appunto, nessuno ci aveva educato e detto che cosa fare, come muoverci, a differenza di come si fa, per esempio, quando vi è un terremoto o un incendio di cui i bambini imparano a salvaguardarsi sin da piccoli. Sì, sono state introdotte quelle norme e regole da rispettare, ma ad esse è stato necessario associare delle multe, altrimenti quel fascino della trasgressione non sarebbe stato possibile placarlo.

Più volte sono rimasta sorpresa pensando proprio al fatto che tutta la nostra vita si era trasformata in pochi mesi, che l’unica soluzione era negarci la possibilità di vivere proprio quella routine ripetitiva e insipida la quale ora riusciamo ad apprezzare sempre di più, e che non vediamo l’ora torni indietro. Soprattutto sorpresa dell’affermarsi e del dominare di quella forza che la gente non credeva di possedere. Quel continuo incitare a non mollare, a rimanere forti, a rimanere in casa per il bene comune, ad avere speranza, ha dato decisamente i suoi frutti, se solo ultimamente il numero dei contagiati e dei morti non fanno che diminuire, mentre dall’altra parte cresce il numero di guariti. Interessante mi erano sembrate anche le diverse iniziative solidali per aiutare sia i più bisognosi ma anche quei medici, infermieri diventati gli eroi al fronte di battaglia che si impegnavano a salvare delle vite. Infatti, pensandoci, mi sembrava (e sembra) un periodo di contraddizioni particolari e significative, perché se da una parte avevamo impegno, solidarietà, unione, voglia di vivere, voglia di aiutare chi ne aveva bisogno, voglia di rispettare le regole per ritornare alla normalità, voglia di poter ripartire, l’amore; dall’altra parte vi era una totale indifferenza, trasgressione delle regole, speculazione su prodotti di estrema necessità, un’economia messa a dura priva su tutti i settori, dibattiti circa il virus stesso, le fake news, difficoltà del sistema sanitario a fronte ad una crescita così rapida dei contagiati, richieste d’aiuto di un paese ad un governo che faticava leggermente per non essere ingoiato dal virus stesso. E tanto altro che ha contribuito a rendere proprio ancora più particolare questo periodo della storia dell’umanità.

All’inizio di questo mese di maggio, ho avuto l’opportunità e necessità di uscire di casa. Sembra anche divertente scrivere e leggere “USCIRE DI CASA” come se fosse il raggiungimento di chissà quale traguardo. Ho indossato la mascherina, i guanti per la prima volta ed è stato così strano dover “aggiungere” questi item alla mia persona, devo ammetterlo nonostante mi fossi abituata a vederli per mesi. Fuori, col sole che splendeva, tutto era rimasto intatto, quasi come se il tempo si fosse fermato (si vedeva ancora la locandina del cinema che promozionava la proiezione di “Parassite” e “Sony – il film” dal 28 febbraio al 04 marzo), le persone, invece, esternamente apparivano diverse, e ricordo di aver avuto tanta voglia di ridere perché sembrava quasi surreale dover comprare un pc sulla porta del negozio, o vedere il benzinaio che a metro di distanza offriva dell’alcool denaturato ai clienti perché si disinfettassero le mani, o andare in banca e fare una fila che arrivava dall’altra parte della strada, non perché fossimo 10 o 20 ma solo 6 persone a metri di distanza. Ma è stato, nel complesso, allettante vedere che si poteva ripartire a poco a poco.

Di tanto altro potrei scrivere, di come la nostra gatta sia diventata così preziosa per passare le giornate ripetitive, di come i mondi costruiti nei libri siano diventati la mia casa, di come i colori abbiano riempito i fogli nel modo giusto e voluto, di quei film finalmente visti e apprezzati, delle giornate dedicate al giardinaggio e i cui risultati si possono osservare solo ora, del ventiduesimo compleanno festeggiato di fronte ad un pc, degli esercizi fisici per non far dominare la sedentarietà, di quelle ore di video-chiamate con amici che facevano così bene alla mente. Ma credo che sia meglio concludere e rimandare tutto il resto ad un altro momento, forse al momento in cui saremo capaci di guardare indietro e dire “io c’ero” e dare inizio ad un resoconto più esteso e dettagliato della quarantena semplicemente per ricordare.

Rosangelica Pizzi Padron

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