Il mio diario della quarantena

La pandemia di COVID-19 in Italia ha avuto le sue prime manifestazioni epidemiche il 31 gennaio 2020, quando due turisti provenienti dalla Cina, in vacanza a Roma, sono risultati positivi al virus. Un focolaio di infezioni di COVID-19 è stato successivamente rilevato il 21 febbraio a partire da 16 casi confermati in Lombardia, a Codogno, in provincia di Lodi, aumentati a 60 il giorno successivo con i primi decessi segnalati negli stessi giorni.

Il virus è arrivato lentamente, poi tutto d’un colpo stravolgendo le nostre vite.

Quel 21 febbraio lo ricorderò per sempre, era il periodo di Carnevale. Nel mio paesino, Terzigno, Carnevale è motivo di festa, tutti, grandi e piccini, scendono per le strade indossando i costumi più stravaganti accompagnando i carri allegorici per le strade del paese, ravvivandolo dalla sua grigia monotonia. Il paese si divise tra chi avrebbe voluto festeggiare il Carnevale nonostante tutto perché tanto “il COVID-19 non era altro che una stupida febbre” e chi invece era terrorizzato. Sui social presero vita forti dibattiti tra i miei concittadini, accompagnati da una montagna di fake news. Il Carnevale terzignese 2020 fu festeggiato, ma non fu lo stesso. Nell’aria già vagavano paura, tensione e forte incertezza su quello che sarebbe stato.

Come ben sappiamo, il nuovo coronavirus venne identificato per la prima volta il 31 Dicembre 2019 dalle autorità sanitarie della città di Wuhan, in Cina. Terzigno è abitato da molti cittadini di origine cinese, i quali hanno vissuto sicuramente in maniera non facile i giorni trascorsi tra la fine di febbraio e l’inizio di marzo. La disinformazione ha spinto le persone a temere che i cinesi residenti a Terzigno potessero essere portatori del COVID-19, iniziarono ad inventare fake news su possibili soggetti affetti, all’ennesima segnalazione di un soggetto e del suo indirizzo di residenza, il sindaco di Terzigno fu costretto ad intervenire bruscamente, minacciando di intraprendere vie legali.

Si cercava un colpevole, un qualcuno a cui puntare il dito, ma il progredire del virus dimostrò a tutti che colpevoli saremmo stati noi se non avessimo rispettato le nuove disposizioni del ministero della salute.

Le scuole di ogni ordine e grado furono le prime strutture ad essere state chiuse. Ricordo che in molti criticarono fortemente questa scelta, ciò che più sentivo dire era: “magari i miei figli non andranno a scuola, non dovrò uscire per accompagnarli, ma comunque uscirò per andare al lavoro o per fare la spesa, il virus potrei contrarlo ugualmente”. Beh, le persone ancora non sapevano che di lì a poco non avrebbero più potuto andare al lavoro e che andare a fare la spesa sarebbe diventata un’attività poco piacevole.                                                                       

Il 9 marzo il Presidente del Consiglio Giuseppe Conte firmò un Dpcm in cui dispose rigide misure nazionali per il contenimento e il contrasto della diffusione del virus. È con questo decreto che tutti i cittadini italiani furono obbligati a restare a casa: niente spostamenti da un comune ad un altro, niente assembramenti, niente visita a parenti e amici, niente attività sportiva, uscire di casa solo per comprovate esigenze lavorative e di necessità. Ascoltare il Presidente annunciare le nuove disposizioni fu amareggiante, triste, la realizzazione del fatto che quella che era stata la normalità fino a quel momento, doveva essere adattata ad una situazione di forte emergenza che sarebbe durata a lungo. Credo che molte persone, si siano rese conto della gravità della situazione proprio quella sera del 9 marzo. Dal 9 marzo al 4 maggio (inizio fase 2) siamo stati chiusi in casa, chi più, chi meno.

Per quanto mi riguarda, non li definirei giorni difficili quelli passati, difficili sono stati i giorni di chi si è battuto in prima fila, di chi ha vissuto la malattia, di chi non andando al lavoro non aveva abbastanza soldi per sfamare la famiglia. I miei sono sicuramente stati giorni particolari, molto diversi dalla “normale” routine. La mia sveglia ha smesso di suonare alle 06:15 del mattino, ho smesso di prendere il pullman alle 07:00 diretto all’università, di prendere il primo caffè del mattino con le mie amiche, di correre in aula, di riempire le ore vuote tra una lezione e un’altra, di attendere il pullman per tornare a casa, ecc… La mia sveglia adesso suona alle 08:00 del mattino, niente pullman, niente amiche, niente corse.

Grazie all’evoluzione tecnologica, in pochissimi giorni, è stato possibile dislocare la didattica dalle aule universitarie ai dispositivi. Grazie all’evoluzione tecnologica è possibile vedere, sentire, condividere contenuti, con i nostri amici di sempre e sentirli vicini nonostante la lontananza. Siamo molto affezionati agli schermi, mi riferisco a computer, cellulare, tablet, trascorriamo giornate intere a fissarli, esplorarli. Mai avrei creduto di riuscire ad affermare una frase del genere, tuttavia “vorrei lanciare questi schermi via, lontano”.

Vorrei avere avanti a me il professore che spiega e ci chiede di intervenire, accanto a me i soliti amici, intorno a me le solite facce stanche, annoiate, distratte, divertite, interessate, chine sul quaderno degli appunti.

Vorrei avere avanti a me quelle persone con cui tutti giorni scambio messaggi, chiamate, videochiamate, guardarle negli occhi, abbracciarle.

Vorrei avere avanti a me i miei parenti, i miei nonni, brindare con del buon vino la domenica a pranzo, emozionarmi per i loro racconti, ridere per le loro battute.

Ci sono stati dei giorni in cui ero particolarmente in ansia e preoccupata per i miei nonni paterni. Vivono a Rogeno, un piccolo paesino in provincia di Lecco, Lombardia, che sappiamo essere la regione italiana più colpita dal COVID-19. I casi riscontrati nel loro paese e nei paesi limitrofi non sono stati pochi. Mia nonna mi esprimeva tutta la sua paura, io non potevo fare altro che rassicurarla e raccomandarle di restare a casa. Tuttavia, è stato difficile rassicurare me stessa. Più i giorni passavano, più i casi aumentavano, non solo a Rogeno, anche a Terzigno e paesi limitrofi. A Terzigno i casi totali sono stati 13, di cui 9 guariti e 4 morti. Ogni annuncio del sindaco di un nuovo caso o di una nuova morte, era una stretta al cuore. Fortunatamente avevo qualcuno con cui condividere la mia preoccupazione e soprattutto qualcuno che mi distraesse dal pensare a quello che stava accadendo fuori dalle mura di casa mia: la mia famiglia. Mamma, papà e i miei due fratelli. Difficile sentirsi soli se intorno si hanno le persone più importanti della propria vita. Abbiamo riscoperto il piacere di stare insieme, senza corse, senza impegni. Abbiamo festeggiato la Pasqua per la prima volta senza nonni e senza zii, è stato strano, ma intimo e bello allo stesso tempo. Proprio in occasione della Pasqua un’azienda di San Giuseppe Vesuviano, comune adiacente a Terzigno, ha donato 400 uova di cioccolato al mio paese, un uovo per ogni bambino della scuola dell’infanzia, è stato un gesto di solidarietà commovente, a parer mio la felicità negli occhi dei bambini non ha prezzo. Tuttavia, il gesto di solidarietà che più mi ha sbalordito è stato da parte di alcuni cittadini di origine cinese, proprietari di aziende tessili, i quali hanno avviato la produzione di mascherine e ne hanno donate migliaia al nostro comune, 2 per ogni famiglia. Non è stato un semplice gesto di solidarietà, ma una lezione morale per tutto il paese.

La nostalgia provata in questi giorni di quarantena mi ha insegnato che nella vita niente è scontato, mi ha insegnato ad apprezzare aspetti della mia “normalità” a cui neanche davo peso, mi ha insegnato che stressante non è uscire di casa alle 07:00 del mattino, tornare nel tardo pomeriggio ed essere costretto a continuare questioni in sospeso fino ad un orario indefinito; tutto questo diventa stressante per il nostro approccio alla vita, per le tensioni che accumuliamo con il trascorrere dei giorni e che non sappiamo gestire. Mi ha insegnato che la tecnologia ci ha consentito di continuare lezioni e progetti universitari, di poter sentir vicino i nostri affetti, ma non può sostituire la rapidità della comunicazione “face to face” e il calore umano. La pandemia è ancora in corso e nonostante il rispetto della quarantena sia servito ad abbassare i numeri di contagiati e morti, siamo molto lontani dall’uscita di questo tunnel. È con la speranza nel cuore e un forte senso di responsabilità che continuerò a trascorrere questi giorni, il cui ricordo, senza orma di dubbio, influenzerà la mia futura “normalità”.

Antonietta Monticelli, Terzigno (NA)

(Matricola: 0312202105)

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