Alla ricerca di equilibrio

Il 1 Gennaio 2020, quando il nuovo anno era appena arrivato, ero così entusiasta, festeggiavo con la mia famiglia, con i miei amici e ognuno di noi aveva nello sguardo una luce. La classica luce che si ha quando si pensa ai progetti futuri e dentro se stessi non si fa altro che sperare di poter realizzare tutti i desideri che si custodiscono nel cuore.

Ma dopo due mesi, tutta la felicità che ha caratterizzato i primi giorni dell’anno è scivolata via come i granelli di sabbia volano via dal pugno di una mano. Agli inizi di marzo, un nuovo nemico, il COVID-19, è entrato nelle nostre vite e ormai, già da qualche mese, sembra non voglia lasciarci. Sarà che siamo ospitali? Con la comparsa di questo nemico, abbiamo dovuto apportare modifiche alla nostra vita. E il passaggio dalla vita prima del COVID alla vita durante il COVID, è stata repentina, ci ha travolto, quasi dal giorno alla notte. Numerose famiglie hanno dovuto vivere separate questo momento così difficile,siamo stati costretti a cambiare completamente la nostra routine, la nostra quotidianità, i supereroi sono cambiati, non sono più quelli dei cartoni animati, ma sono i medici e gli infermieri che in questi giorni continuano a combattere la guerra per tutti noi. Anche il nostro linguaggio quotidiano ha subito delle variazioni, è comparsa questa nuova parola”Quarantena” che all’inizio, quando sembrava che il virus non potesse arrivare da noi, la si pronunciava senza consapevolezza. Poi, quando ci ha fatto visita, abbiamo imparato ad usarla, nonostante la paura quando la si pronunciava, poiché si faceva atto di ciò che ci stava travolgendo. Il tempo sembrava aver rallentato, anche se scorreva più veloce di prima, solo che non riuscivo mai a quantificarlo. Le giornate sembravano tutte uguali. Mi alzavo, facevo colazione, seguivo le lezioni online, pranzavo, di nuovo lezioni online, studiavo, leggevo, vedevo un film, una videochiamata con i miei amici e andavo a dormire.
Il giorno dopo? Sempre la stessa routine. E poi questi gesti sono diventati meccanici e in certi casi sentivo di aver perso tutti gli obiettivi che mi ero prefissata di raggiungere e avevo difficoltà nel concentrarmi per qualsiasi cosa. Perfino dormire mi era quasi impossibile. Provavo a distrarmi e a creare quell’aria di cambiamento, di svago, ogni giorno, vagando da una stanza all’altra ma più andavo avanti e più mi sentivo chiusa in una prigione. Ho iniziato a sentire poco tutti, perché allo schermo ho sempre preferito gli occhi e il calore umano. Ho permesso ai miei pensieri, che affollavano la mia mente, di sopraffare le mie giornate e più il tempo scorreva più dentro me albeggiava un senso di impotenza. Non riuscivo più a percepire nulla, se non il presente. L’unico giorno della settimana che, stranamente, portava con sé quel tocco di felicità e spensieratezza, era il sabato. A casa, tutta la famiglia insieme a preparare la pizza. Siamo italiani, che sabato sera sarebbe senza pizza? Così mentre la pizza era nel forno a cuocere, la casa si riempiva di profumo che,almeno per una sera, avrebbe coperto l’odore aspro del disinfettante che puntualmente, si diffondeva nell’aria quando lo usavano i miei genitori tornando da lavoro. Poi un giorno, ho avuto l’idea di predisporre un tavolino e una sedia sul balcone. Così quando mi sentivo triste e nostalgica, mi rifugiavo lì, a leggere, a scrivere e pensavo a tutto ciò che stavo vivendo. Seduta nel mio rifugio,pensavo a quanto mi mancasse il calore di un abbraccio, il tocco delicato di una carezza, o il suono di una risata condivisa, o lo sguardo di un bambino che, afferrandomi per mano, mi invita a scoprire il mondo insieme. Alcuni giorni provavo nostalgia per tutte quelle cose di cui, continuamente, mi lamentavo come la sveglia alle 5.00 per riuscire a prendere il pullman per arrivare puntuale a lezione, tutte le volte che lasciavo a casa l’ombrello, puntualmente pioveva e tornavo a casa zuppa d’acqua, tutte quelle volte che in macchina mi lamentavo del traffico della mia città. Così mi sono resa conto che pensare a tutto ciò che mi mancava, a tutto ciò che mi era stato tolto, non aveva senso. Perché in questo modo, non facevo altro che dilatare i miei pensieri cupi invece di provare a vedere almeno una nota di positività. La positività la si può vedere nel tempo che ci è stato “donato”. Del tempo per noi. Ho pensato che questo virus, forse, vuole darci una missione: purificarci da tutto ciò che prima ci sporcava, tutto ciò che prima non faceva altro che appesantire. Ciò ci permetterà di riscoprire noi stessi e le persone che ci circondano. E questo possiamo farlo solo dialogando con noi stessi restando isolati. Per quanto questo pensiero mi abbia aiutato molto, soprattutto ad abbandonare l’aria cupa che costantemente, giorno dopo giorno portavo con me, mi sono resa conto di dover accettare la realtà paradossale. Anche se dura. Oscar Wilde ci ha lasciato la seguente frase che mi ha fatto subito abbandonare quel precario equilibrio che avevo appena trovato, facendo così diventare traballante il mio umore. “Ah godete della giovinezza finché la possedete, non sprecate l’oro dei vostri giorni…vivete la meravigliosa vita che è in voi. Nulla di voi deve andare perso. Cercate sensazioni sempre nuove, non abbiate paura di nulla …il mondo è vostro per una stagione. ”  L’autore fa proprio riferimento alla giovinezza, ovvero gli anni che sto vivendo io e che sento che mi siano stati tolti, mi siano stati negati.
Essere costretta a stare chiusa in casa, circondata dalle mura delle mia stanza e avere come contatto fisico solo coloro che vivono sotto il mio stesso tetto. O al massimo, l’unica persona che vedevo era la mia vicina di casa, sul balcone, con al figlia di due anni che continuamente chiedeva quando poteva scendere nel parchetto sotto casa per poter giocare con gli altri bimbi. Numerose videochiamate, il nuovo modo di vivere la quotidianità con gli amici, arrivavano sul mio computer per poter fare aperitivi virtuali, feste di compleanno a sorpresa o semplicemente per parlare. Il giorno più triste è stato il 12 aprile: Pasqua. I miei nonni, adeguandosi anche loro alla tecnologia, hanno deciso di videochiamare me e la mia famiglia, insieme ai miei zii. I nonni piangevano e non facevano altro che mandare baci e speravano di poterci riabbracciare presto. I miei zii, di Roma, si sono sentiti ancor più distanti di quanto non lo fossero già. E poi, verso sera, mi arriva un audio messaggio della mia nipotina,Giorgia, di 3 anni “quando vieni?” e con le lacrime agli occhi le ho risposto “presto”invece del solito “sto arrivando”. Stavo mentendo prima di tutto a me stessa e poi a lei. Continuamente i miei pensieri erano divergenti tra loro, l’umore era traballante. Non c’era più equilibrio. Non era di certo così che immaginavo di vivere i miei vent’anni! Dal 3 maggio è poi iniziata la fase 2. Alcune attività hanno ripreso il loro esercizio e si è un pò più liberi. Per festeggiare questa apparente libertà ho preso la macchina e sono andata subito dai miei nonni, abbiamo fatto insieme lunghe passeggiate in campagna ed entusiasti mi hanno mostrato tutti fiori e i vari ortaggi che avevano piantato per tenersi impegnati durante quei giorni di isolamento. Anche se non li ho abbracciati è stato bello poterli rivedere e parlare con loro. E, per concludere, finalmente sono riuscita a esclamare “sto arrivando” alla domanda di Giorgia. Quando mi ha vista con la mascherina, si è spaventata, non mi riconosceva e si nascondeva dietro le gambe della mamma. Poi quando ho scoperto il mio volto, un sorriso è comparso sulle sue labbra e mi è corsa incontro abbracciandomi forte. Lì, in quell’abbraccio, ho abbandonato tutto ciò che prima mi faceva stare male, capendo che devo essere più paziente, più fiduciosa, che piano piano le cose si sistemeranno. . Come dice un verso di una delle mie canzoni preferite “ricorda che è dal dolore che si può ricominciare”.

Formato Michela

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