Pezzi di una quotidianità rielaborata

-Nuove abitudini
-Mettere insieme i pezzi
-Il buongiorno si vede dall’amore

Nuove abitudini
Chi l’avrebbe mai detto che un giorno ci saremmo ritrovati nel mezzo di una pandemia; uno scenario da film degno dei migliori registi, dove attori e comparse fanno del loro meglio affinché ogni singolo movimento sia causa scatenante del successivo, cosicché il filo narrativo segua un percorso chiaro e senza nodi. Un percorso che non sempre è sensato, ma che è in grado di sorprendere lo spettatore e annullare il suo orizzonte di aspettative. E devo dire che qui l’intento è più che riuscito.


Ci ricordo inizialmente tutti abbastanza scettici nei confronti di questo virus che, dalla città di Wuhan, si stava lentamente e silenziosamente diffondendo un po’ qui, un po’ lì, sotto le vesti di “una semplice influenza solo più aggressiva”. Niente di cui preoccuparsi fu anche il monito generale diffuso dai media, ma che in meno di una settimana lo si vide mutare in “emergenza globale”. Un grande salto nella narrazione di quello che vorrei fosse davvero solo un film e che sicuramente ha contribuito ad alimentare il sentimento di paura e panico generale.
In un batter di ciglia ci siamo ritrovati chiusi in casa, separati da chi più amiamo o bloccati con chi più odiamo nelle stesse quattro mura. In questo caso la fortuna ha rivestito un ruolo fondamentale nel decidere con chi e dove dovessimo passare la Fase 1 di questa quarantena e come dicevo, non per tutti casa rappresenta un posto sicuro se condiviso con il proprio carnefice; non per tutti casa rappresenta un posto accogliente se vissuto da solo con il silenzio. Altre invece come me sono state graziate e quando venne annunciato il lockdown erano circondate dalla propria famiglia o si trovavano tra le braccia della persona amata. È stato un niente a dividerci e separarci dal “fuori” e assegnarci nuove abitudini.
Le nostre routine appartenenti al “prima” sono state buttate giù e il loro posto è stato occupato con prepotenza da nuovi programmi: uscire il meno possibile e solo per attività di prima necessità come fare la spesa, evitare luoghi affollati, stop a baci e abbracci.
La spesa. Tutti almeno una volta abbiamo cercato o inventato una scusa per sottrarci al caos da supermercato o perché no, alla sua noia. Eppure, contro ogni aspettativa, fare la spesa è diventata l’unica attività consentita seppur stravolta nelle consuete modalità. A due mesi dal blocco generale fa ancora uno strano effetto vedere file interminabili di persone, tutte attentamente munite di guanti e mascherine, tutte separate da un metro di nulla, in attesa del proprio turno per entrare a far compere. Così come fa ancora strano questa didattica a distanza e gli occhi puntati verso un monitor che incrociano, seppur non per davvero, lo sguardo dei professori dall’altro lato dello schermo.
Tutte nuove abitudini che, dopo tutto, nessuno sente proprie.

Mettere insieme i pezzi
Dopo tre mesi di isolamento credo che forse una delle tante sfumature della Libertà sia proprio il potersi allontanare fisicamente e il più possibile da determinate dinamiche; il poter scegliere se sopportare ancora o se è abbastanza per quel giorno. Di certo, questa parte di libertà oggi è venuta meno. Il mio quartiere si è sempre contraddistinto in fatto di “rumore” e questa peculiarità non è stata annullata nemmeno da una pandemia. Una pandemia non è stata in grado nemmeno di fermare il mio vicino dal vomitare i propri problemi e mancanze, dovuti a una vita sprecata dietro un vizio, sulla propria famiglia, come se dall’urlare contro di loro deriverebbe un conseguente stare meglio. Questo è quello di cui parlavo; qui, così come in altre situazioni e contesti, la famosa fortuna costringe vittima e carnefice a condividere lo stesso tetto senza la possibilità di potersene sottrarre nemmeno per qualche ora.
Quando si è in sei in famiglia è quasi impossibile ignorare le urla e ora più che mai, ogni parola diventa più densa nel silenzio delle stanze; quando si è in sei in famiglia, in questi momenti si ci distrae come si può, solo per coprire il rumore.
La cosa paradossale di tutto questo è che, nonostante le nostre abitudini e routine siano state stravolte completamente, ci viene chiesto di svolgere le solite attività come se nulla fosse cambiato; è come se si fosse formata una bolla dove si cerca di portare avanti una vita “normale”, chiudendo un occhio e ignorando, un po’ come si fa con la polvere sotto il tappeto, quello che c’è fuori.
Di tutto questo, quello che più mi spaventa, è la possibile abitudine alla distanza. Il potersi abituare a questa distanza forzata e al poter pensare che dopo tutto una videochiamata abbia lo stesso valore di una conversazione vis a vis; che laurearsi dietro un monitor abbia la stessa energia di quando si discute la tesi in presenza. Pochi giorni fa ho letto di come in Cina, proprio per una cerimonia di premiazione, siano stati assemblati a dei robot, dotati di tanto di cappello e abito, dei dispositivi su cui i vari studenti erano in videochiamata; in questo modo i presenti in aula avevano la parvenza di interagire davvero con gli studenti. Il tutto era accompagnato dalla frase “questo potrebbe essere il futuro”.
Raccogliere e mettere insieme i pezzi per ripartire non è stato mai tanto difficile quanto in questo periodo, ma pensare di vivere un futuro dove la distanza sia una costante e il contatto umano qualcosa di archiviabile, fa gelare il sangue e porta a sperare nell’arrivo di un futuro, seppur diverso, il più umano possibile.


Il buongiorno si vede dall’amore
Non sono fatta per l’odio, ma per l’amore”. Così recita Antigone nella tragedia scritta da Sofocle, dove il bene verso l’altro e la vita in quanto tale scavalca un costrutto sociale quale una legge. Una frase che in cinque anni di liceo, ho imparato a capire e a cogliere nelle sue sfumature; a capire il perché della scelta di un verbo piuttosto che un altro e perché nel tradurla dal greco perda tanto di quel pathos che caratterizza questa lingua; ma solo ora capisco come queste parole descrivano alla perfezione la parte meno triste di questa storia. In questi giorni tutti uguali, dove il sabato ha lo stesso sapore del lunedì, è facile contestare e piangere su questa nuova realtà, lontana da noi e ancora estranea, eppure vi dico che è di gran lunga più facile trovare un motivo per essere grati per quello che si è e che si ha. Un tetto sopra la testa non è scontato. Avere cibo in tavola non è scontato. Neppure avere una connessione internet e un computer è scontato e credetemi che, vedere persone che sono sempre pronte a tendere una mano a chi ne ha più bisogno, anche se non questo non chiede, riaccende la fiducia nel genere umano. Le situazioni di emergenza il più delle volte non fanno altro che tirar fuori la parte più meschina e crudele dell’uomo, dove le azioni sono governate dal Bene personale e dove chi non riesce a mantenere il passo viene lasciato indietro.
Homo homini lupus” avrebbe detto Hobbes. Eppure, qui fuori, proprio in questo momento, ci sono tante Antigoni pronte a dare una mano rischiando ogni giorno la vita facendo a pugni con qualcosa più grande di loro; semplici uomini che nella gioia dell’altro trovano il proprio carburante, anche con semplici gesti. Antigone sono gli infermieri barricati in ospedale a salvare vite e i volontari che organizzano pasti da dare ai senza tetto in questo periodo nero; ma Antigone sono anche i tuoi, i tuoi fratelli, la tua persona, che ogni mattina fanno di tutto per vedere un sorriso sul tuo volto. Antigone sei tu, che anche a distanza, sei la spalla su cui qualcuno trova riparo.
Antigone, in questo 2020, ci insegna a rimanere umani e a capire come, dopo tutto, il buongiorno si vede dall’amore.


A cura di
Vittoria Di Lisi

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