Fase 2: rinascita o regressione?

26 Aprile 2020. Il presidente del consiglio Giuseppe Conte, in una conferenza stampa, annuncia i punti programmatici della fase 2. Con il nuovo Dpcm vengono introdotte diverse novità a partire dal 4 maggio 2020: tra di esse, vi è la possibilità delle visite ai propri congiunti che vivono nella stessa regione, la riapertura di parchi e giardini pubblici e la ristorazione da asporto per bar, ristoranti e simili.
Sebbene il premier abbia proposto uno slogan riassuntivo, quale “se ami l’Italia, mantieni le distanze”, non tutti hanno colto l’essenza di esso, anzi, sembra che spesso si proceda in direzione contraria e che la questione sugli assembramenti sia sempre meno compresa.


In questa fase 2 – definita da molti anche come una sorta di “rinascita” -, infatti, si è inconsciamente accentuata la suddivisione della popolazione italiana in due parti. Da un lato, c’è chi attendeva questo giorno, il 4 maggio, come l’inizio di un nuovo anno, quando ci si prepara al conto alla rovescia e si scende per strada a festeggiare, dopo quelli che sono stati mesi di “reclusione” forzata. Nel versante opposto, invece, continua ad aleggiare la paura di poter ritornare a quelli che sono stati i mesi bui causati dalla chiusura totale del paese: in virtù di ciò, le persone continuano a rimanere in casa, pur consapevoli di poter finalmente eliminare alcuni paletti che ci erano stati imposti dalla fase 1.
Allora, ci si pone subito una domanda: qual è davvero il metodo giusto per affrontare questa fase 2?
Ci sono un serie di considerazioni da dover fare, le cui tesi sono riscontrabili, per ambedue le parti, soprattutto sui Social Network, in particolare sui gruppi Facebook, molti dei quali dedicati proprio a questo virus che ha messo in ginocchio il mondo.
Lo si potrebbe quasi definire un gioco d’azzardo, in cui, per poter tornare a vivere per davvero, forse bisogna rischiare. Tuttavia, se nel primo caso si è sicuramente più liberi grazie alla diminuzione di quei paletti che avevano causato quelli che sono stati mesi di “prigionia” – come poter uscire a fare una passeggiata o andare a trovare i fatidici congiunti, purché muniti di mascherine e guanti – al contempo questa presunta “libertà” può condurre ad un annullamento totale di tutti quei sacrifici compiuti nei precedenti mesi, come sostenuto nei post che seguono:

Con le nuove regole da seguire in questa seconda fase, numerosi sono i dubbi proposti all’interno di gruppi da parte di persone che cercano di dare sfogo ai loro pensieri, mettendo così da parte, pur se talvolta inconsciamente, il fattore principale, ovvero che il virus non è ancora realmente cessato.

Si aprono, in tal modo, ampie discussioni su cosa sia realmente importante e cosa si possa posticipare. In questo caso, ad esempio, si discute se sia davvero necessaria una visita ad un amico oltre che ad un congiunto. Infatti, nel post sottostante, l’utente attacca duramente il governo per i provvedimenti presi, sostenendo che sia ingiusto proibire visite ad amici, dimostrando tuttavia di non aver compreso nemmeno in parte il nuovo decreto.

Immediate le risposte di altri utenti che, invece, sono fermamente convinti che, procedendo in questo modo, “il pericolo di ritrovarci come due mesi fa è dietro l’angolo”. D’altronde, si chiedono se sia davvero indispensabile uscire e soddisfare il desiderio di far festa, condividendo giornate tra amici in un periodo in cui si è ancora lontani dall’idea di quella normalità a cui eravamo tanto abituati.



Se consideriamo, difatti, quest’altra parte della medaglia – e dunque coloro che ancora non riescono a superare questa nuova fase tanto da continuare a rimanere in casa, pur consci di avere più libertà rispetto ai mesi precedenti – bisogna anzitutto comprendere che la loro effettiva paura riguarda l’incertezza della nuova fase: essa sarà davvero una “rinascita” per il nostro paese oppure ci riporterà a quelli che sono stati, per tutti noi, mesi di “prigionia”?
Risulta dunque che in contrapposizione ai festeggiamenti per l’inaugurazione di questa nuova fase – come dimostra il post che segue in cui l’utente comunica su un gruppo che, nella sua città, hanno accolto questo nuovo inizio con dei fuochi d’artificio – c’è chi si fa vincere dalla preoccupazione e continua a far emergere un velo di pessimismo.


Manifestazione esplicita di questa seconda tendenza emerge soprattutto da un gruppo, intitolato “Diario di un popolo in quarantena”, il cui scopo, come si evince dalla sua descrizione, è “raccogliere giorno per giorno pensieri, riflessioni, note, pagine di vita, piccoli racconti”, divenendo un “archivio delle emozioni, delle preoccupazioni, ma anche della creatività di donne e uomini al tempo del Coronavirus.”
All’interno di esso, alcuni espongono perplessità circa le numerose notizie circolate in rete che hanno riportato i ritorni in patria di una grande quantità di persone che non ha esitato ad acquistare biglietti di treni per rincontrare i suoi familiari.


Per fortuna, però, c’è ancora chi rispetta scrupolosamente il decreto, per quanto la lontananza da casa provochi disagio e malinconia.


Altri argomenti individuati all’interno di questo “diario” fanno riferimento alla ripresa del lavoro. I più sostengono che, durante questa fase, molti lavoratori, intimoriti e preoccupati, si recheranno negli uffici per riprendere la loro attività, ma saranno in molti a lasciare i propri figli a casa, da soli e incustoditi. C’è allora timore, titubanza, ansia di uscire di casa correndo il rischio di incontrare e contrarre quel nemico dal quale abbiamo cercato di essere lontani. Aggiungono che altri ancora, coloro i quali rappresentano una grande parte del tessuto economico della società, devono invece rimanere in casa perché la loro attività non rientra tra quelle disponibili alla riapertura in questo periodo. Anzi, si è giunti in un momento in cui, anche quando ciò sarà possibile, probabilmente il timore sarà ancora preponderante e determinante.
Si ritiene, dunque, che questa sia una fase di transizione in cui si deve avviare un processo di responsabilizzazione da parte di ognuno. Ma ci si può davvero affidare al buon senso di tutti?


A cura di
Maria Laura De Sury
Domenico Palo


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