Tradizioni in disuso a Torre del Greco: la “Festa dei Quattro Altari”

Altari

Si sa, ogni città ha le proprie feste e le proprie tradizioni, e Torre del Greco non è da meno. Da qualche anno a questa parte, però, una delle feste più conosciute e rappresentative della città non viene festeggiata più dal 2013. La causa? Apparente mancanza di fondi per finanziare le opere dei maestri pittori della città.

Ma andiamo con ordine: La festa dei quattro altari (“a festa r’i quatto ardari” in dialetto torrese), detta anche “Festa dell’Ottava” nasce come festa ricadente otto giorni dopo il Corpus Domini. Nonostante Torre del Greco non sia mai stata sotto un dominio feudale, nel corso della giornata del Corpus Domini dell’anno 1699 i cittadini torresi, a fronte di sforzi economici notevoli e sacrifici, prendevano possesso del territorio cittadino ai danni del Marchese di Monforte.

Dopo la caduta dei Borboni e con l’annessione del Regno di Napoli all’Italia savoiarda, i torresi incominciarono a delirare anch’essi sulla libertà e sull’indipendenza acquisite mediante Garibaldi e Vittorio Emanuele II. E fu allora che tirarono in ballo il Riscatto Baronale risalente all’anno 1699, quando con il diritto di prelazione e col denaro preso in prestito, contemporaneamente ai porticesi e ai resinesi, avevano comprato dal regio demanio il feudo di Torre del Greco, Portici e Resina”

(Raffaele Raimondo, “Uomini e fatti dell’antica Torre del Greco”).

In occasione dei festeggiamenti per questa nuova condizione civico-sociale, otto giorni dopo quanto raccontato, vennero costruiti, in quattro punti importanti della città, altrettanti altari o “are”:

  • Il primo, detto “Ardare i fravica” (Altare dei lavoratori o del lavoro, letteralmente di fabbrica), venne costruito nella zona di vasciammare, l’attuale via Principal Marina, presso quello che viene definito “Largo di Pezzentella”. Questo altare era visibile da Via Salvator Noto, Piazza Santa Croce e Via Comizi;
  • Il secondo venne edificato nella Via dei commercianti, ora Via Roma, all’ angolo di Via S.Noto;
  • Il terzo venne costruito nella piazza più antica di Torre del Greco, Piazza Luigi Palomba (mmiez a’ torr);
  • Il quarto in Corso Umberto I (‘ncoppa a Guardia).

L’altare di fabbrica era (ed è tuttora) chiamato così perché veniva costruito totalmente in muratura di fabbrica dopodiché, con la tecnica dell’affresco, artisti torresi affrescavano soggetti della cultura locale e religiosa. Il più importante di questi, Don Niculino Ascione, fu chiamato anche per affrescare la Basilica di Pompei.

Nel 1899 fu celebrato, con grande solennità, il secondo centenario. Per l’evento, il Comune diramò alla cittadinanza il seguente proclama:

«Nel 1699 i torresi, per virtù propria e con ogni sorta di sacrifici si riscattarono dalla Signoria Baronale. Perché resti degna memoria nelle generazioni a venire del nobile esempio d’amor di Patria non mai disgiunto fin da quell’epoca dal sentimento religioso per la ricorrenza dell’ottava del Corpus Domini la città di Torre del Greco festeggia più solennemente il secondo centenario della memorabile data».

Durante i tre giorni di festa venivano organizzate mostre di quadri presso i circoli cittadini più importanti, inoltre venivano foggiati dei tappeti meravigliosi, sia fatti di fiori che dipinti con pittura in polvere, ammirabili nelle più importanti chiese della città, come la Basilica di Santa Croce o la chiesa del Santissimo Sacramento, famosa perché al proprio interno è presente una scala che conduce alla Torre del Greco sotterranea. La festa attirava turisti da ogni parte della Campania, poiché ogni anno i soggetti degli altari e dei tappeti erano diversi ed unici.

Qualcosa si sta muovendo negli animi dei torresi, perché nel 2015 venne creata un’associazione per raccogliere fondi e riportare la “festa dei quattro altari” a Torre del Greco; l’impresa sembra molto ardua, poiché i fondi raccolti sono pochi e la parte “giovane” della città non sembra essere interessata alle tradizioni. Forse un giorno Torre del Greco riavrà la sua festa, ma se non cambia la mentalità la vedo durissima.

Giovanni Frisulli

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