“Watchmen”: chi controlla i controllori?

Watchmen_Covers

1985 – L’orologio dell’apocalisse segna cinque minuti alla mezzanotte. Stati Uniti e Unione Sovietica, emerse vincitrici dalla Seconda Guerra Mondiale, si contendono ormai da anni la supremazia in campo tecnologico, militare e politico. Le due potenze sono in equilibrio precario, con la guerra nucleare che bussa alle porte. A fare da ago della bilancia è la presenza del Dottor Manhattan negli Stati Uniti; capace di piegare alla sua volontà la struttura atomica della materia, fautore della vittoria degli Stati Uniti in Vietnam, di fatto garantisce la supremazia degli americani in campo nucleare.

Questa è la cornice generale in cui Alan Moore e Dave Gibbons ambientano gli eventi narrati in Watchmen, miniserie a fumetti composta da dodici albi e pubblicata dalla DC Comics tra il 1986 e il 1987. Ad oggi è l’unico romanzo grafico ad aver vinto un premio Hugo e ad essere inserito nella lista di TIME Magazine dei 100 migliori romanzi in lingua inglese dal 1932 ad oggi.

Grazie al sapiente utilizzo di tecniche cinematografiche, alla presenza di numerose sotto-trame (di cui alcune meta-narrative), all’ampio uso di simboli e flashback, ad innumerevoli riferimenti letterari, musicali, artistici ed iconografici, e ad una quantità notevole di documenti fittizi che servono a dare un quadro più completo ed articolato della situazione, “Watchmen” è molto più che un semplice fumetto di supereroi.

Perfetto esempio di ucronia, “Watchmen” è ambientato in una sorta di universo parallelo a quello reale, in cui molti fatti storici sono avvenuti come nella realtà, mentre altri si sono sviluppati in maniera diversa o opposta. In questo universo si muovono i nostri eroi, ben lontani dallo stereotipo del supereroe senza macchia e senza paura. Moore procede infatti ad una completa destrutturazione del supereroe convenzionale, concentrandosi sugli aspetti umani dei protagonisti: le loro debolezze e nevrosi, i loro vizi, difetti, dubbi, la loro moralità e, soprattutto, i loro limiti. Tavola dopo tavola, seguiamo questi eroi alla ricerca del loro posto nel mondo, in particolar modo dopo la pubblicazione del decreto Keene che mette al bando ogni azione da parte di eroi in maschera. Con un finale aperto, Moore non giustifica né condanna le azioni dei protagonisti, lasciando completa libertà di giudizio al lettore.

Il titolo, tratto dalla frase latina di Giovenale: “Quis custodiet ipsos custodes?”, in inglese si traduce con “Who watches the watchmen?”. Come Giovenale, che nella civiltà romana mostrava i vizi della società in cui viveva attraverso i suoi versi satirici, così Moore con “Watchmen” analizza i vizi e le contraddizioni di questi atipici eroi e il loro rapporto con la società moderna.

Anna Pisaturo

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