Settant’anni dall’adozione di un Inno nazionale (non troppo) provvisorio

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“Fratelli D’Italia, l’Italia s’è desta, svegliatevi, svegliamoci! L’unica maniera per realizzare i propri sogni è svegliarsi! Svegliarsi… quella è l’unica maniera”

Così il premio Oscar Roberto Benigni commentava i primi versi dell’attuale Inno nazionale italiano sul palco del festival di Sanremo 2011, in occasione della commemorazione dei 150 anni d’Unità nazionale.

Lo storico Francese Gilles Pécout nel corso di una puntata, dedicata all’Inno di Mameli, della trasmissione “Il tempo e la storia” si chiede se l’uso pubblico della storia che Benigni fa con l’esegesi dell’Inno significhi veramente che “Il canto degli italiani” di Mameli sia diventato effettivamente  l’inno ufficiale dello stato-nazione italiano, quell’Inno che il 12 ottobre 1946 fu indicato come preferenza da Cipriano Facchinetti, l’allora ministro della guerra,  al consiglio dei ministri e che da quel giorno diventa l’inno provvisorio della Repubblica Italiana attraverso un comunicato stampa che recitava così:

« […] Su proposta del Ministro della Guerra si è stabilito che il giuramento delle Forze Armate alla Repubblica e al suo Capo si effettui il 4 novembre p.v. e che, provvisoriamente, si adotti come inno nazionale l’inno di Mameli […] »

La storia dell’Inno però è una storia paradossale che inizia ancor prima: composto quasi  170 anni fa, su un testo di Goffredo Mameli e messo in musica da Michele Novaro, Il canto degli Italiani meglio conosciuto come Fratelli d’Italia ha avuto numerose vite. Dal Risorgimento fino alla Prima Guerra Mondiale è stato il canto patriottico fra i più noti e celebrati. Dimenticato e messo al bando durante il ventennio fascista, diventa l’inno della Repubblica Italiana nel 1946 ma paradossalmente, proprio dopo la sua consacrazione, negli ultimi vent’anni è diventato oggetto di controversie politiche fino all’auspicio di un’eventuale sostituzione con altri inni, tuttavia a partire dalla presidenza Ciampi verrà rilanciato come simbolo dei valori dell’Unità Nazionale.

Il 2 giugno del 1946, l’Italia diventa una repubblica, l’articolo 12 della costituzione prevede l’adozione della bandiera tricolore bianco, rosso e verde ma sull’Inno nazionale i padri costituenti non si pronunciano. Nella consulta si sono fatte tre ipotesi: il Verdiano Va’ pensiero, La legenda del Piave, diventato inno nazionale sotto il governo Badoglio, e l’Inno di Mameli, alcuni propendono per un motivo nuovo da trovare per sottolineare in maniera più incisiva la nascita di una nazione risorta dalle ceneri del fascismo. Nel vuoto legislativo capita che le nostre delegazioni all’estero vengano salutate con un anacronistica Marcia Reale, in un paese africano la banda suona le note di ‘O sole mio provocando un imbarazzo generale. Lo stallo viene superato poche settimane prima del 4 novembre il giorno del giuramento delle forze armate quando le truppe, secondo la tradizione, devono marciare sulle note dell’Inno nazionale; il 12 ottobre infatti, l’allora ministro della guerra Cipriano Facchinetti indica al consiglio dei ministri la sua preferenza per “Fratelli d’Italia” che da quel giorno diventa l’inno provvisorio della Repubblica Italiana. Privo dello scudo costituzionale, l’Inno di Mameli sarà soggetto a vari attacchi. Sul finire degli anni 50 con la rivoluzione musicale di Volare di Domenico Modugno e con la protesta giovanile alle porte viene deciso di svecchiare il canto simbolo della Repubblica, viene bandito un concorso pubblico per un inno completamente nuovo al quale partecipano centinaia di parolieri e compositori allettati più dai proventi dei diritti d’autore che da sincere pulsioni patriottiche ma nessuna proposta viene seriamente presa in considerazione. Nel 1960 la RAI fa un sondaggio radiofonico mettendo ai voti le più celebri musiche del repertorio operistico, in gara ci sono il solito Va’ pensiero e la Marcia trionfale dell’Aida, I puritani di Bellini, l’Inno a Roma e altri ancora ma anche questa iniziativa rimane senza seguito. Negli anni 70 infine, sulla scia della contestazione giovanile, cui segue la più grave crisi economica del dopoguerra, gli anni di piombo e l’inizio del discredito dei partiti politici, l’Inno così come altri simboli della nazione sembrano essere diventati riferimenti lontani dai cuori e dai pensieri delle persone comuni.

Alcuni politici di rilievo tra cui Bettino Craxi si pronunciano, seppur con cautela, per la sostituzione del nostro inno, poi negli anni 90 è il movimento della Lega a criticare più apertamente l’Inno di  Mameli che diventa un feticcio da rimuovere e ogni raduno viene accompagnato dalle note del Va’ pensiero. A risolvere la controversia è stato all’inizio del nuovo millennio Carlo Azeglio Ciampi nell’ambito di un ampio progetto di valorizzazione dei simboli dell’identità nazionale, l’allora presidente della repubblica mette fine ad ogni polemica esponendosi in prima persona per ridare vigore al nostro Inno, in molte occasioni ufficiali affida la direzione d’orchestra ai più grandi maestri del tempo e sempre lo si vede, in prima fila, mettersi sull’attenti per cantare l’Inno. A chi gli chiede un parere sull’Inno risponde lapidario: “quando lo ascolti sull’attenti ti fa vibrare dentro, è un canto di libertà di un popolo che, unito, risorge dopo secoli di umiliazioni.”

E dopo Ciampi, Napolitano ne fece veramente il cuore con le celebrazioni del centocinquantenario, ricordiamo il suo discorso a Montecitorio il 17 marzo, Napolitano afferma che si devono rilanciare le melodie del Risorgimento e l’Inno di Mameli. C’è quindi una continuità basata anche su un fondamento popolare, l’unica attenzione che bisogna prestare è quella di non cadere nell’anacronismo comprendendo che il testo dell’Inno è stato scritto in un periodo di guerra e per questo il lessico risulta oggi aggressivo e così lontano dal nostro lessico attuale.

FONTI:

http://www.raistoria.rai.it/articoli/inno-di-mameli/30037/default.aspx

https://it.wikipedia.org/wiki/Il_Canto_degli_Italiani

https://www.youtube.com/watch?v=73xWk8zfuU8

 

 

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